Questo paese è stato abituato ad avere due Natali.
Uno il 25 dicembre, quando ricevi i regali da amici e parenti.
E uno in autunno, quando ricevi i regali dallo Stato.
Con la Legge di Bilancio infatti (che prima si chiamava “legge di stabilità”, prima ancora “legge finanziaria” e prima ancora neanche c’era, si faceva solo il conto delle regalie elargite durante l’anno), ogni categoria di cui è composto questo paese pretende per sé o più spesa pubblica o meno tasse.
Appena una categoria non ha una di queste due cose, si accende il faro di luce mediatico e politico, e viene visto come un problema.
Addirittura ultimamente – si veda il caso della sanità – non basta neanche avere aumenti di spesa pubblica: devono essere aumenti giudicati sufficienti, non si sa bene da chi. Dal tribunale del popolo, probabilmente.
Ma non è difficile capire cosa accade ad un paese in cui tutte le categorie ogni anno si aspettano o più spesa o meno tasse (o entrambe le cose): il debito pubblico aumenta a dismisura.
Ed è infatti esattamente così che siamo arrivati ad avere il secondo debito pubblico più alto del Pianeta Terra, e a buttare ogni anno 100 miliardi di euro per il pagamento degli interessi (tutti dicono sempre “sai quante cose ci faremmo con i 100 mld di evasione fiscale”, ma chissà perché mai nessuno dice la stessa cosa sulla equivalente cifra degli interessi che ogni anno paghiamo sul debito).
È chiaro quindi che questa abitudine dei due Natali era insostenibile, e lo è diventata già circa 30 anni fa.
Negli ultimi due anni poi le regole fiscali Ue sono cambiate, mettendo il vincolo sulla spesa pubblica anziché solo sul deficit: ad inizio legislatura un governo si impegna a far crescere la spesa con percentuali predeterminate (e molto basse, se hai un debito già molto alto).
Se ogni anno vuoi spendere di più di quello, devi alzare qualche aliquota fiscale.
È diventato quindi ancora più chiaro – qualora ce ne fosse bisogno – che il Natale in questo paese deve tornare a essere uno solo, il 25 dicembre.
Ma la politica (e buona parte del mondo dell’informazione) ancora non lo ha capito.
O, più probabilmente, fa finta di non capirlo.
Troppo forte e troppo radicato il condizionamento culturale che per decenni – o forse persino di più – ha visto lo Stato come una mucca da mungere, e poco più.