IL MEDIO ORIENTE E’ AL BIVIO. MA PURE NOI.

In 80 anni di conflitto (latente o esplicito) tante volte si è detto che il Medio Oriente fosse ad un bivio.

Ma nessuno di quei bivi ha mai davvero modificato la situazione, che è sempre stata caratterizzata da guerra, terrore, morte, sofferenze e – quando andava bene – equilibri precarissimi.

Su questa situazione hanno lucrato – politicamente – in tanti.

In particolare, chiunque nel mondo occidentale avesse interesse a usare una situazione di conflittualità (in cui compariva un immancabile “popolo oppresso” di fronte ad un “cattivo”, tanto meglio se occidentale e capitalista) per rinfocolare una narrazione analoga nei propri paesi. Per mobilitare con più efficacia le opinioni pubbliche a scopi interni, non certo per reale interesse nei confronti di chi soffre in Medio Oriente.

Ma cosa rende la situazione odierna così diversa rispetto a tutte le altre volte in cui abbiamo creduto di essere ad un bivio?

Dopo i casi di Egitto (dal 1979) e Giordania (dal 1994), altri paesi arabi hanno normalizzato i rapporti con Israele (Siria, Iraq, Arabia Saudita) o addirittura firmato accordi (Bahrein, Emirati Arabi). E altri ancora (Qatar), dopo essersi beccati i missili e i droni iraniani, hanno con ogni probabilità capito da che parte stare, o quantomeno da che parte non stare.

E una tale situazione non si era mai verificata nella storia.

A mantenere elementi di conflittualità forte sono rimasti:

a) Hamas a Gaza

b) Hezbollah in Libano

c) Iran

Hamas – dopo aver attaccato Israele il 7 ottobre 2023 – è stata fortemente indebolita dai due anni di guerra, e rimane con circa 20.000 uomini asserragliata dentro la zona gialla di Gaza.

Tutta la comunità internazionale (legittimata in questo dalla risoluzione 2803 dell’Onu) ne chiede il disarmo, e prevede di impegnare appositamente una forza di stabilizzazione internazionale.

Hezbollah è intervenuta subito nel conflitto scoppiato a fine febbraio, operando un intenso lancio di missili verso le popolazioni civili del nord di Israele.

Ed è stata oggetto di una dura risposta militare israeliana, che ha comportato la perdita (inaccettabile) di tanti innocenti civili. Il Libano ha nei giorni scorsi chiesto di intavolare negoziati diretti con Israele, per dare seguito (si spera con maggiore cogenza) all’impegno già preso nei mesi scorsi di disarmare Hezbollah una volta e per tutte.

E l’Iran ha indubbiamente subito una dura campagna militare nella quale è stata eliminata gran parte della filiera di comando politico-militare e fortemente ridimensionate le capacità operative militari. Non sono chiare tuttavia ne’ la dimensione dell’arsenale militare residuo (soprattutto in termini di arricchimento dell’uranio) ne’ quanto effettivamente sia saldo il regime, o ciò che ne rimane.

Per la prima volta nella storia, i rapporti di forza si sono invertiti: ora nella regione sono molto più le forze che stanno dalla parte di Israele (o quantomeno non ne sono più ostili) rispetto a chi ne predica la distruzione. I quali sono nella situazione di maggior debolezza di sempre.

E allora il bivio è chiaro. Quello del Medio Oriente, e il nostro.

Quello del Medio Oriente è soprattutto in capo a Israele.

Se vuole continuare a utilizzare il solo strumento militare, probabilmente sprecherà la più grande occasione di sempre per raggiungere la pace.

Se invece saprà mettere in campo una intelligente azione politica (non rinunciando ovviamente alla possibilità di difendere i propri cittadini, se minacciati), allora potrà estendere gli Accordi di Abramo a tutti gli altri paesi nella regione e – se si realizzeranno le condizioni di cui al punto seguente – permettere la nascita di uno Stato palestinese. E raggiungere così ciò che non ha mai potuto avere: il diritto a vivere in pace.

La creazione di uno Stato palestinese può avvenire però solo a condizione che Hamas sparisca come movimento militare. E su questo devono aiutare soprattutto Turchia e Qatar, oltre alla comunità internazionale. Hamas deve fare ciò che hanno fatto in passato Ira, PKK e ETA: cessare la lotta armata e passare alla lotta politica.

Il terzo elemento nella regione sta nell’ opposizione iraniana. Se riuscirà, con la politica o con le armi, a superare il regime criminale e instaurare una forma di governo desiderosa di vivere in pace con i vicini, e non di volerli incenerire con un fungo nucleare.

Ma il bivio ce lo abbiamo anche noi in Occidente.

Dobbiamo capire se vogliamo continuare a sfruttare il Medio Oriente come “arma sicura” di conflittualità e polemica politica interna, o se vogliamo smetterla di trattare quella pluridecennale tragedia come un derby da stadio e mirare alla stabilizzazione definitiva della regione.

E davvero non so più, tra quello mediorientale e il nostro, quale sia il bivio in cui è più probabile fare la scelta giusta.

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