Patto di stabilità più complesso e meno trasparente

Il mio articolo per il Sole 24 Ore del 28 dicembre 2023

Finora il dibattito politico italiano sul nuovo Patto di Stabilità è stato polarizzato tra due posizioni.

Le altre opposizioni (Pd, M55 e Alleanza Verdi-Sinistra) hanno affermato che «farà tornare l’austerità in Italia». Questa argomentazione è fallace per due motivi.

Il primo è che in Italia di austerità (intesa come consolidamento fiscale basata sulla riduzione di spesa pubblica) non c’è mai stata nemmeno la più pallida ombra, se escludiamo il 2012 in cui però il protagonista fu l’incremento massiccio delle entrate.

Il secondo motivo è che era del tutto illusorio anche solo immaginare che qualsiasi accordo, anche il più generoso possibile, potesse evitare al terzo paese più indebitato del mondo (presto il secondo) di ridurre deficit e debito in maniera decisa.

La maggioranza invece ha festeggiato perché l’accordo prevederebbe lo scorporo degli investimenti in difesa e della spesa per interessi dal deficit. Il che è del tutto falso: gli incrementi rispetto alla media degli investimenti in difesa e della spesa per interessi (questi ultimi solo per il triennio 2025-2027, in cui tra l’altro prevedibilmente crolleranno) sono semplicemente fattori rilevanti, assieme a tanti altri, per aprire e calibrare la procedura per deficit eccessivo.

Proviamo invece a chiederci, da un punto di vista europeo e non necessariamente nazionale: il nuovo accordo migliora o no il sistema di regole fiscali per l’area valutaria comune più grande del mondo?

Il percorso di riforma aveva sostanzialmente due obiettivi: rendere le regole più trasparenti e più semplici rispetto alla riforma precedente di dieci anni fa. L’accordo trovato all’Ecofin fallisce entrambi gli obiettivi.

La maggior trasparenza era affidata ad una cosa sola: l’eliminazione delle grandezze “strutturali” (o “aggiustate per il ciclo”), in quanto basate su una variabile non osservabile (il Pil potenziale) e il cui processo di stima, oltre ad essere largamente instabile, è perfettamente noto a non più di una dozzina di persone in giro per l’Europa. Ebbene, le grandezze strutturali non solo lanciano, ma raddoppiano: oltre alla riduzione del deficit strutturale, tra il set dei vincoli viene aggiunta anche la dimensione del saldo primario strutturale.

Il nuovo set di regole è anche incredibilmente più complesso e contraddittorio del precedente. Basta un esempio. All’articolo 6 del Regolamento sul braccio preventivo si dice che la traiettoria tecnica
basata sul controllo della spesa primaria nazionale netta ha l`obiettivo di portare il rapporto deficit/Pil sotto il 3%. Ma l’art.6 ter, invece, specifica che l’obiettivo della traiettoria è un livello di deficit/Pil nominale tale che vi sia una distanza (però strutturale) di almeno 1,5% di Pil rispetto alla soglia del 3%. Quale delle due è quella giusta? E soprattutto, come si pensa di mischiare in questo modo grandezze nominali e grandezze strutturali senza ingenerare più confusione di quella che abbiamo avuto nel decennio precedente?

In sintesi. La proposta originaria della Commissione Europea è stata drammaticamente peggiorata fino a ottenere un quadro più complesso e meno trasparente. Questo è avvenuto perché alcuni stati membri temevano che maggiore flessibilità non fosse auspicabile quando in Europa ci sono stati che tendono a non mantenere la parola data nei consessi europei e ad approfittarsene alla prima occasione per cedere al populismo e alla propaganda da quattro soldi.

Chissà come gli può anche solo essere venuto un dubbio del genere

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