Vademecum per orientarsi nel dibattito sul “taglio del cuneo fiscale”

Un post per prepararsi al dibattito che per i prossimi mesi dominerà la scena. E magari, per essere in grado di riconoscere le panzane che – speriamo in parte – lo contraddistingueranno.

Quello che giornalisticamente si chiama “cuneo fiscale” è in realtà la somma di due principali componenti:

1) le imposte che il lavoratore paga sulla propria retribuzione lorda

2) i contributi previdenziali che pagano il datore (per due terzi) e il lavoratore (per un terzo).

Il punto 1) è il CUNEO PROPRIAMENTE FISCALE.

Il punto 2) è il CUNEO CONTRIBUTIVO.

Sono due cose diverse, con meccanismi diversi, con finalità diverse. Da 30 anni se ne parla come se fossero una sola cosa, e non c’è assolutamente alcuna minima speranza di cambiare questo andazzo.

Tagliare il cuneo “propriamente” fiscale significa ridurre l’Irpef come si è fatto nell’ultima legge di bilancio.

Tagliare il cuneo contributivo significa tagliare i contributi che datori e dipendente versano affinché il dipendente ne goda quando raggiunge la pensione.

In entrambi i casi si riduce la differenza tra “quanto un lavoratore costa all’impresa e quanto finisce in busta paga”, che secondo l’Ocse in Italia è al 46,5% (il quinto più alto in Europa).

Gli effetti positivi sull’economia sono sia in termini di domanda ( = maggior reddito disponibile) che offerta ( = maggiori incentivi al lavoro).

In entrambi i casi, occorre trovare copertura finanziaria. Perché l’Irpef serve a finanziare la spesa pubblica nel suo complesso, mentre i contributi – in un sistema a ripartizione come il nostro – non pagano le pensioni di domani ma quelle di oggi.

Il taglio dei contributi però può avere anche un effetto futuro. Poiché stiamo andando (grazie a Dio) verso un sistema totalmente contributivo – in cui la mia pensione rispecchierà quanto ho versato – meno verso oggi minore sarà la mia pensione domani.

È il motivo per cui i sindacati (a leggere i giornali di oggi) dichiarano di preferire il taglio dell’Irpef. Cioè lo stesso contro cui Cgil e Uil hanno proclamato, lo scorso 16 dicembre, il primo sciopero generale dopo 7 anni. Perché dicevano che preferivano il taglio contributivo.

Ma se scelgo il versante fiscale, devo rassegnarmi ad una cosa: i vantaggi maggiori in valore assoluto non saranno mai sulle fasce di reddito più basse.

Perché si vuole difendere i più ricchi? Perché si odiano i poveri?

No. Per un motivo più semplice.

I 18 milioni di contribuenti nel primo scaglione Irpef (coloro con un imponibile inferiore a 15 mila euro annui) pagano in media 17 euro di Irpef al mese.

Anche solo se dimezzassimo tale cifra, i titoli dei giornali sarebbero “solo 8 euro al mese di sconto Irpef !!!”.

Il dibattito sul “cuneo fiscale” ci accompagnerà fino a dicembre.

Lo possiamo fare con cognizione di causa (facendo la scelta – meditata – più utile al paese) o a caciara per i sondaggi.

Secondo voi quale delle due modalità prevarrà?

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