“Un fisco semplice e leggero per tornare a crescere – relazione di Luigi Marattin


Convegno “Un fisco semplice e leggero per tornare a crescere”, 30.05.2022 – Relazione di Luigi Marattin

Se in questa legislatura – questa pazza legislatura – si è iniziato a parlare di riforma fiscale (e poi ad adottare gli atti parlamentari conseguenti) è soprattutto merito di Italia Viva

Sono stati i parlamentari di Italia Viva – che all’epoca militavano in altri partiti – a chiedere fin dal 2018 in ogni intervento in Aula e sui mezzi di informazione che la politica italiana mettesse mano ad un sistema fiscale la cui ultima riforma strutturale risale ad un mese prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna.

Sono stati esponenti di Italia Viva, tra le ironie e le consolatorie pacche sulle spalle dei perenni rassegnati,  a dar vita alla più completa e approfondita attività parlamentare sulla riforma fiscale che sia mai stata intrapresa e completata. Parlo dell’indagine conoscitiva condotta dalle Commissioni Finanze di Camera e Senato da gennaio a giugno 2021, che ha visto lo svolgimento di 61 audizioni, una dozzina di contributi scritti, la presentazione di position paper da parte di tutti i partiti, decine di ore di discussione nelle aule parlamentari e alla fine l’approvazione quasi unanime di un documento conclusivo che dava precise indicazioni inerenti l’impostazione di un’opera complessiva di riforma. Un documento che – con l’aggiunta del famigerato articolo sul catasto – è stato pressoché integralmente trasposto nel disegno di legge delega sulla riforma fiscale che il governo Draghi ha approvato il 5 ottobre scorso e che – dopo un’ulteriore attività di mediazione nella commissione che presiedo – tra circa un mese verrà approvata dalla Camera dei Deputati, con l’ulteriore recente e decisivo passaggio di mediazione guidato direttamente dall’esecutivo Draghi.

È stata Italia Viva, ma ci tornerò tra breve, l’unico partito a dire chiaramente (prima al presidente Draghi e poi sui giornali) che alla riduzione di tasse e contributi andava destinato tutto il margine fiscale emerso nell’autunno scorso. Una storia interessante, che sarà utile ricordare.

Perché quello che noi diciamo essere una priorità sui social e sui manifesti elettorali, lo diciamo anche nelle riunioni a Palazzo Chigi e al Mef. Altrimenti la politica non riacquisirà mai la credibilità che sembra perduta da ormai molto tempo.

È stata Italia Viva, infine, uno dei pochi partiti che – mentre altri facevano le prove generali di campagna elettorale nelle settimane e nei giorni scorsi – a dire chiaramente che il percorso della delega fiscale doveva andare avanti, perché non si poteva buttare al vento tutto il lavoro fatto e soprattutto la potenzialità di operare una riforma strutturale del fisco italiano.

Credo quindi di aver fornito elementi sufficienti a chiarire che Italia Viva ha appoggiato, appoggia e continuerà ad appoggiare il percorso della delega fiscale, senza se e senza ma.

Tuttavia, anche gli osservatori più superficiali hanno potuto notare che uno degli obiettivi politici fondamentali del percorso intrapreso un anno e mezzo fa (e cioè far sì che in Italia la politica discutesse di fisco non solo sui social o sui manifesti elettorali, e avendo come obiettivo la Gazzetta Ufficiale e non il sondaggio del lunedì) non può dirsi completamente raggiunto.

Fin da quando il nostro percorso è stato al riparo dell’attenzione mediatica, i partiti hanno lavorato con coscienza, responsabilità e serietà, pur nella normale differenza di opinioni. Ma quando il faro mediatico ha illuminato il tema, abbiamo assistito ad una metamorfosi che fu ben rappresentata nel film “Bentornato Presidente”, con Claudio Bisio, quando l’attore che impersonava un politico sovranista cambiava completamente atteggiamento, tono di voce, linguaggio e persino mimica facciale ogni volta che si accendeva una telecamera.

“Quello che appare” è tornato ad essere di gran lunga prevalente su “quello che è”. Se chiedete a me, la più grande malattia della politica italiana, da almeno tre decenni.

E in particolare negli ultimi dieci anni quando – complice anche la nascita e l’impetuosa affermazione di movimenti politici del tutto disinteressati alla realtà e completamente concentrati sul messaggio comunicativo, vero o falso che sia – il dibattito politico economico ha sperimentato in particolare tre grandi episodi di disinformazione:

Il primo fu la campagna sul cosiddetto referendum su acqua pubblica (nella primavera del 2011), in cui una certa propaganda di sinistra tradizionale scambiò un referendum per il meccanismo di remunerazione del capitale investito nel settore idrico per il furto delle fontane da parte di multinazionali texane pronte ad assetare la popolazione italiana.

Il secondo fu il Mes, nel biennio 2019-2020, in cui alla propaganda giallo-verde fu consentito di affermare in ogni luogo, e col sorriso compiacente di certa stampa e tv, che il Mes era un “banca privata che avrebbe fatto chiudere le banche italiane”, o che la linea pandemica del Mes avrebbe richiesto draconiane condizionalità macroeconomiche ai paesi che ne avrebbero fatto richiesta.

Il terzo, quello più recente, è stata la campagna del centrodestra sul catasto. In cui si è scambiata una mappatura statistica senza fini fiscali per la re-introduzione dell’Imu sulla prima casa o per fantomatiche patrimoniali che non sono mai esistite.

Cito questi tre non perché siano stati gli unici, ma perché provengono da tutti e tre i principali lati dell’offerta politica. Attuale. E forse rappresentano il primo motivo – prima ancora di passare ad altre considerazioni – per cui l’offerta politica tradizionale deve essere innovata.

Insomma, Italia Viva ha fatto nascere la delega fiscale, ha cercato di proteggerla quando è iniziato lo show di marketing, ha avuto un ruolo decisivo nel trovare la mediazione finale e si batterà fino alla fine affinché i decreti legislativi vengano emanati in fretta e che, soprattutto, siano coerenti con lo spirito riformista che ci ha contraddistinto finora.

Affermare quanto ho fatto finora non è in contraddizione col prendere atto che il carattere estremamente eterogeneo dell’attuale maggioranza di governo e l’irresistibile tentazione di parte di alcuni a farsi guidare dalla pancia e dallo slogan piuttosto che dal cuore, la mente e i contenuti, non scongiurino del tutto il rischio che, alla fin fine, il risultato finale possa non essere quella riforma strutturale, radicale ma sostenibile di cui l’economia italiana ha assoluto e prioritario bisogno.

E allora con Matteo abbiamo pensato di vederci qui a Milano oggi per esporre con la chiarezza che contraddistingue noi di Italia Viva quali sono i fronti su cui continueremo a batterci. All’interno dell’attuazione della delega fiscale, e quando – tra pochi mesi – si tratterà di parlare agli italiani per offrir loro una proposta politica seria, realistica, coraggiosa e di qualità.

Molti di voi si staranno chiedendo: “questa è un’iniziativa politica in cui un partito espone le proprie idee sul fisco. Perché dovrebbe essere diversa dalle migliaia di altre volte, negli ultimi 30 anni, in cui i politici hanno promesso miracoli sul fisco e poi non hanno mantenuto?”.

Per un motivo fondamentale. Se vuole tornare ad essere credibile, la politica deve essere sottoposta a valutazione dei risultati, come accade a tutti noi nelle nostre professioni. Essendo ben consci che nel nostro disastrato sistema istituzionale, il rapporto tra sforzo profuso e risultato ottenuto non è per nulla lineare, e quindi non favorisce l’accountability di cui tanto avremo bisogno.

Tutti i partiti, a parole, hanno promesso di abbassare le tasse. Ma qualcuno – compreso il mondo dell’informazione – è mai andato a verificare che risultati hanno ottenuto in materia i partiti quando hanno avuto responsabilità di governo?

Escludendo la brevissima parentesi del 1994, il centrodestra ha beneficiato di due cicli di governo, piuttosto lunghi. Dal 2001 al 2006 (la legislatura del “contratto con gli italiani”, in cui primeggiava la riforma dell’Irpef) e dal 2008 al 2011.

La prima volta, la pressione fiscale è salita dello 0,1%; la seconda dello 0,2%. (Fonte: Istat). Si tratta di movimenti minimali, per cui possiamo pure abbuonarli, in un impeto di generosità. Ma è un dato di fatto, certificato dall’Istat, che quando il centrodestra ha avuto l’occasione di governare per anni questo paese – e con una larghissima maggioranza parlamentare – la pressione fiscale non è mai scesa.

Uno dei partiti dell’attuale centrodestra poi – la Lega – ha avuto responsabilità di governo anche in seguito, nell’indimenticabile governo gialloverde dal 2018 al 2019. In quell’occasione la pressione fiscale è salita dello 0,6%.

Quindi siamo di fronte ad un dato di fatto, non smentibile: in questi trent’anni, quando hanno governato i partiti che più di tutti gli altri hanno fatto della lotta alle tasse la loro bandiera elettorale, le tasse non sono mai scese.

C’è stato però un periodo in cui la pressione fiscale ha registrato una discesa sostanziale. Dal 2013 al 2017, di 2,2% (se contiamo gli “80 euro”, altrimenti del 1,6%), con i tre anni di governo Renzi (nei quali si è verificata più dell’80% della riduzione complessiva) e con i 12 mesi dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni.

Avvertenza per la prossima, ormai imminente, campagna elettorale: quando verremo bombardati da mirabolanti promesse di riduzione (o cancellazione) delle tasse, ricordiamoci di questi dati. Se non lo facciamo, la politica continuerà tragicamente ad essere quello che è stata in questi anni: la gara a chi la spara più grossa, senza alcun obbligo esplicito o implicito verso la realtà dei fatti o delle azioni compiute.

[C’è un’altra cosa poi che ci fa piacere ricordare. I cardini della politica fiscale del governo Renzi furono decontribuzione e ’80 euro’. Entrambe furono ferocemente criticati. La decontribuzione era “un regalo ai padroni”, e gli ’80 euro’ erano i terribili “bonus”. Da allora, puntualmente, tutti quelli che hanno criticato queste due misure le hanno sistematicamente riproposte]

Veniamo a noi.

In questa sede non ripeterò l’analisi di quanto urgente sia una riforma strutturale del nostro fisco. Perché essa è già contenuta nel documento parlamentare delle commissioni Finanze, che ha dato il via alla riforma fiscale del governo Draghi.

Mi limito a ricordare solo una cosa contenuta in quel documento. I due obiettivi di fondo, le due stelle polari che devono guidare ognuno degli interventi di riforma, dal più grande al più piccolo: stimolo alla crescita e semplificazione del sistema.

Questi obiettivi dovranno in primo luogo essere perseguiti all’interno del processo di attuazione della delega fiscale, ma non necessariamente solo lì (come ha dimostrato il primo tempo della riforma, già operativo, attuato con la scorsa Legge di Bilancio).

In ogni caso, queste sono le 6 cose che secondo Italia Viva non possono mancare se davvero vogliamo riformare, dopo mezzo secolo, il sistema fiscale italiano.

  1. Pagare l’Irpef col telefonino.

Per arrivare al sogno – che in alcuni stati UE è realtà – di pagare le imposte col telefonino, occorrono due cose: un massiccio investimento in digitalizzazione del fisco (che fu avviato proprio durante il governo Renzi), e una struttura dell’imposta la più semplice possibile, compatibilmente con il sacrosanto principio di progressività (che, lo ricordo a qualcuno, non coincide con “più aliquote ci sono, più progressivo è il sistema”)

Già con la legge di bilancio 2022 le aliquote Irpef sono scese da 5 a 4. Noi crediamo che sia a portata di mano un sistema a 3 sole aliquote, e con una maxi-deduzione  decrescente al crescere del reddito che sostituisca le attuali detrazioni per tipologia di reddito e si incarichi di garantire l’adeguata progressività. Una delle novità previste dalla delega fiscale è spostare tutte le spese fiscali su base telematica, in modo da “pulire” il sistema da compiti che non gli sono propri. Il sistema sarebbe semplice ma non semplicistico, perché rimarrebbero le deduzioni (penso alla prima casa) o detrazioni (penso a quelle edilizie) più importanti. Ma almeno non avremmo più un Irpef con un manuale di 341 pagine per la compilazione della dichiarazione dei redditi.

  • Sostituire il Reddito di Cittadinanza (per gli abili al lavoro) con decontribuzione e imposta negativa

I due terzi dei beneficiari del reddito di cittadinanza sono inabili al lavoro. Se è così, dopo adeguata certificazione, devono ricevere un sussidio strutturato in modo molto diverso da quello attuale. L’ammontare del beneficio deve essere rapportato al costo della vita, perché va protetto il potere d’acquisto, non l’ammontare nominale; la scala di equivalenza va profondamente modificata, perché così penalizza le famiglie numerose, dove la povertà è più dannosa; vanno coinvolti i Comuni, perché sono loro a conoscere gli emarginati per nome e cognome, e quindi maggiormente in grado di intervenire sulle cause della povertà.

Ma per il milione e mezzo di persone che riceve il sussidio ed è, invece, abile al lavoro, il reddito di cittadinanza deve essere sostituito da un’azione di massiccia decontribuzione e dall’introduzione dell’imposta negativa. Questo strumento, che Italia Viva è l’unico partito a chiedere, permette di rovesciare esattamente i termini della questione: mentre il reddito di cittadinanza ti paga per non lavorare, l’imposta negativa funziona esattamente al contrario: più lavori, più lo stato ti integra i tuoi guadagni. Se inizi con un lavoro molto precario e pagato malissimo (diciamo 300 euro al mese), lo stato te lo maggiora – per fare solo un esempio – del 70%. Ma se fai uno sforzo in più e ne guadagni 400, l’aiuto dello stato cresce (diciamo al 80%), proprio per il concetto di prima: più ti sforzi tu, più lo stato ti aiuta.

La decontribuzione poi è l’unico modo per alleviare il peso sulle buste paga dei redditi bassi. Nel primo scaglione Irpef (sotto i 15.000 euro di imponibile) ci sono 18,4 milioni di contribuenti. Pagano, in media, 17,58 euro di tasse ogni mese.

Se vogliamo alleggerire il costo del lavoro e aumentare il netto in busta paga, su questi redditi non si può agire sull’Irpef ma bisogna agire sul cuneo contributivo.

  • Mandare in soffitta per sempre l’Irap.

È una delle cose che abbiamo già iniziato a fare. Non solo nel 2015, quando il governo Renzi eliminò il costo del lavoro a tempo indeterminato dalla base imponibile (fornendo uno sgravio di circa 6,5 mld annui), ma anche quest’anno: grazie soprattutto all’azione di Italia Viva, 835.000 persone fisiche (professionisti, ditte individuali, microimprese) non hanno più il riquadro Irap nella dichiarazione dei redditi.

Un paese che ha avuto un tasso di crescita medio dello 0,4% annuo nei vent’anni precedenti il Covid (e 0,8% nei trenta) non può più permettersi un’imposta che ti colpisce per il solo fatto di accumulare fattori produttivi, che sono – assieme alla produttività – i motori della crescita economica.

Non ci può essere nessuna riforma fiscale senza il superamento dell’Irap, completando il processo già iniziato. In modo secco per le società di persone, in modo inevitabilmente più articolato per le società di capitali.

  • Un nuovo fisco pro-crescita per le imprese

Per le società di capitali l’Ires – a maggior ragione se protagonista di un’opera di semplificazione che riguarda l’Irap – deve andare incontro ad una radicale riforma, con l’obiettivo (anzi direi con l’ossessione) di incentivare la crescita.

Il tributo va reso immensamente più semplice, impostando e poi gradualmente completando il percorso di identificazione tra bilancio civilistico e bilancio fiscale.

Poi va indirizzato verso la crescita con tre semplici priorità:

  • Gli investimenti: rendendo strutturali gli incentivi di Transizione 4.0
  • La crescita: mettendo in atto un forte abbattimento dell’aliquota Ires per i primi 5 anni per le imprese che si fondono
  • Ancora la crescita: Italia Viva sposa e fa sua la proposta – avanzata dal presidente Bonomi qualche settimana fa – di una radicale detassazione per gli utili che rimangono in impresa e in più aggiunge lo stesso trattamento per  gli utili inseriti in uno schema di compartecipazione dei lavoratori al rischio e alla gestione di impresa (di quest’ultimo punto in particolare parlerà meglio Matteo nel suo intervento).
  • Iva più semplice

Il nostro attuale sistema ha 4 aliquote più le esenzioni. L’articolazione dei beni e servizi tra queste 5 fasce ha notevoli margini di miglioramento, sia in termini di efficienza che di equità. E’ possibile immaginare – ovviamente in accordo con la Ue, vista la natura comunitaria dell’imposta –  un sistema più semplice, a due aliquote più una fascia di esenzione (che raccolga i beni davvero essenziali). Essendo più semplice, riduce anche gli spazi di elusione dell’imposta. Dimentichiamo infatti quanto sia alto il costo della complessità: più un sistema è semplice, meglio è controllabile.

  • Una riscossione manageriale, una lotta all’evasione efficiente e “smart”.

La via giusta per sradicare la piaga dell’evasione fiscale era stata avviata nel decennio scorso dal governo Renzi, con l’avvio, l’implementazione e lo sviluppo dei provvedimenti del cosiddetto “fisco elettronico”: fatturazione elettronica, trasmissione telematica dei corrispettivi, dichiarazione dei redditi pre-compilata, pre-compilata Iva, incrocio delle banche dati.

Questo sforzo ha prodotto risultati concreti. Secondo la “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”,  realizzata dal Mef, l’evasione delle entrate tributarie e contributive è diminuita dai 109,2 miliardi del 2014 ai 99,2 miliardi del 2019.

Dieci miliardi di evasione fiscale e contributiva in meno. Ancora una goccia nel mare, ma si tratta dei primi risultati concreti – e non banali – dopo tanti anni di chiacchiere. Per questo quando, più o meno ogni cinque minuti, ci dicono “ma perché non ci dite qualcosa sull’evasione fiscale?”, io rispondo sempre “no, grazie. Noi preferiamo fare, non dire”.

Ma c’è ancora molto da fare. Su un argomento su cui è altissimo il rischio di rimanere intrappolati nella dinamica da “curva Sud” Vs “curva Nord”, tra accuse di essere Dracula e quelle di volere avvantaggiare gli evasori facendo condoni tombali.

Per noi la soluzione sta in un equilibrato mix di interventi:

La riscossione deve passare da un focus esclusivo sulla forma ad uno sulla sostanza (nel documento delle Commissioni Finanze l’abbiamo chiamata “rivoluzione manageriale”). Un esempio per tutti: non si riesce a comprendere a cosa serva esattamente tenersi un magazzino crediti fiscali di oltre 1100 miliardi di cui diverse centinaia non esistono più, nonché regole che ne favoriscono la continua accumulazione. Questa massa inutile di crediti consuma energie e risorse dell’Agenzia delle Entrate, senza nessun beneficio per le casse pubbliche. E impedisce di concentrare tutte le energie sul recupero effettivo di quei crediti che invece sono recuperabili e devono essere recuperati. A quel fine, l’Agenzia delle Entrate (sia nella fase di accertamento che di riscossione coattiva) deve essere dotata di tutti gli strumenti che servono per ottenere il risultato: dai più avanzati metodi di incrocio delle banche dati (analisi del rischio, intelligenza artificiale, ecc) all’accesso massivo e aggiornato all’anagrafe dei rapporti finanziari.

Serve un nuovo Patto tra Stato e contribuente: il primo deve capire che il contribuente non è un evasore che non è ancora stato scoperto (semi-cit), ma deve imparare a gestire meglio il denaro dei contribuenti; il secondo deve capire che non è conveniente evadere: non solo perché, pro-quota, sta partecipando alla riduzione della qualità e quantità dei servizi pubblici, ma anche perché – e questa parte è tutta da costruire – prima o poi si viene scoperti.

E per sugellare questo patto c’è un ultimo fondamentale pezzo da aggiungere: ogni euro recuperato dal miglioramento strutturale della compliance (cioe dalla riduzione del tax gap) deve automaticamente essere destinato alla riduzione della pressione fiscale. Oggi non è così, e Italia Viva ha depositato due settimane fa una proposta di legge a mia prima firma (firmata da esponenti di quasi tutti i partiti) per rendere cogente il principio “pagare tutti, pagare meno”.

Molti altri sono gli elementi di cui si deve comporre un disegno organico di riforma fiscale: cambiamento delle modalità di versamento delle imposte dirette da parte degli autonomi, riforma della giustizia tributaria, elevazione a rango costituzionale di alcuni principi dello statuto del contribuente, cancellazione di una ventina di tributi minori, riforma del fisco locale per creare un sistema basato su autonomia e responsabilità. Mi piace ricordare, qui nella capitale finanziaria d’Italia, la più recente battaglia vinta da Italia Viva nell’ambito della delega fiscale. Siamo riusciti ad inserire un principio di delega che detta, finalmente, l’armonizzazione dei regimi di tassazione del risparmio e la progressiva eliminazione dell’ormai incomprensibile distinzione tra redditi da capitale e redditi diversi di natura finanziaria, in modo da rendere più semplice e più fluido il sistema e portare vantaggi non irrilevanti al risparmiatore in termini di possibilità di compensare le minusvalenze.

Una riforma del genere costa almeno un punto di Pil: dove trovare le risorse?

Su questo argomento, permettermi innanzitutto di chiarire bene un punto.  Cruciale. Perché se non ci capiamo su questo, è praticamente inutile parlare d’altro.

Lo scorso autunno,  un mix  di eventi (ripresa macroeconomica più forte del previsto, decisione concordata con la Ue di mantenere l’intonazione espansiva della politica fiscale fino a raggiungere non il livello di Pil pre-covid ma il trend di crescita pre-covid, minori spese rispetto al tendenziale ecc) permisero l’emersione di un margine fiscale di circa 23 miliardi per ciascuno degli anni 2022, 2023 e 2024.

23 miliardi a disposizione, senza avere l’assillo di trovarli, e senza mettere a repentaglio le finanze pubbliche.

“E quando ci ricapita?”, pensammo.

Con evidente buon umore, varcai la soglia di Palazzo Chigi per affermare un concetto piuttosto semplice: “Siamo ancora in pandemia. Togliamo quello che serve per i vaccini e per il sistema sanitario, ma il resto dedichiamolo interamente a ridurre tasse e contributi”.

Sarebbero stati almeno 16 miliardi. Con cui sarebbe uscita una riforma fiscale coi fiocchi.

La risposta fu incoraggiante. “Se i partiti di maggioranza sono d’accordo, noi non abbiamo problemi”.

È fatta”, pensai. Tutti i partiti da 30 anni ci fanno due…tonsille così promettendo meno tasse per tutti, come faranno ora a non essere d’accordo?

Ma quando venne il momento del vertice a Palazzo Chigi per prendere la decisione macroeconomica più importante in termini di finanza pubblica, cioè come allocare un quantitativo di risorse nazionali così ingente, cominciarono i problemi.

Uno ad uno, i partiti di maggioranza iniziarono a dire:

“Si si, hai ragione. Però  a me servono i soldi per il reddito di cittadinanza”

“A me invece per mandare in pensione la gente a 63 anni, indipendentemente dal lavoro che fanno”

“A me per le assunzioni nella pubblica amministrazione”

“A me per il superbonus”

“A me per aumentare gli stipendi pubblici”

“A me per la riforma degli ammortizzatori sociali”

A dire che – fatte salve le risorse per salute e vaccini – tutto il margine andava con coraggio destinato a ridurre tasse e contributi rimase solo Italia Viva.

E così, dei 23 miliardi disponibili, a finanziare la riforma fiscale ne andarono solo 6. Che sommati ai 2 che erano già in bilancio, formarono i famosi 8 che hanno finanziato il primo tempo della riforma, con gli interventi su Irpef e Irap.

Ma la morale della favola l’avete già capita: è inutile sottoporre a screening le proposte (degli altri) perché mancano le coperture, quando quelle volte in cui le risorse emergono – o dal miglioramento del quadro macroeconomico o dalla normale attività di governo del ciclo economico – la politica fa altre scelte. Salvo poi andare in tv, sui social o nelle piazze a vendere illusioni fiscali senza pudore alcuno.

Per reperire le risorse poi ci sono due ulteriori ma concreti fronti:

  1. Il primo l’ho già accennato. In Parlamento c’è una nostra proposta di legge che renderebbe automatico il legame tra risorse recuperate dalla riduzione del tax gap e finanziamento della riduzione della pressione fiscale. Affrontare questo discorso oggi è particolarmente rilevante, perché quest’autunno dovremo esaminare i risultati del 2019. Un anno in cui furono colti i frutti degli interventi messi in campo negli anni precedenti: è prevedibile che emergeranno alcuni miliardi dalla lotta all’evasione. Che vorrà farne la politica? Disperderli nei soliti mille rivoli di spesa o destinarli – tutti – a ridurre le tasse? Italia Viva non ha dubbi.
  • Il secondo fronte per recuperare risorse si usa sempre come slogan, ma noi vogliamo essere un po’ più concreti. I consumi intermedi della pubblica amministrazione nel 2009 erano 88,6 mld. Nel 2021 sono stati 110,43. Un aumento in termini nominali di circa il, 25%. In questo lasso di tempo, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato cumulativamente di circa il 15%. Stiamo quindi dicendo che in 12 anni (che hanno visto tre recessioni, due delle quali le più pesanti della storia italiana in tempo di pace) gli acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione sono aumentanti di 10 punti più dell’inflazione. La nostra proposta è semplice: applicando le più moderne tecniche di stima dei fabbisogni e di standardizzazione dei costi, riportare questo aggregato sotto i 100 miliardi, in modo da destinare 10 miliardi all’anno a ridurre tasse e contributi.

L’ultima volta che il nostro sistema fiscale ha sperimentato una riforma complessiva, gli Stati Uniti combattevano la guerra in Vietnam. La Nazionale di calcio aveva vinto gli Europei (ma erano quelli del 1968), l’uomo doveva ancora sbarcare sulla Luna, non esistevano le Regioni.

Non  è certamente vero che da allora il nostro sistema fiscale non è più stato toccato. Ci sono state molte riforme (annunciate, e mai realizzate) e tanti interventi a-sistematici, particolaristici, scoordinati, che hanno finito per produrre uno dei sistemi più pesanti e complicati nel mondo occidentale.

Se a metà dello scorso decennio era il momento dello shock di adrenalina (industria 4.0, la decontribuzione, gli 80 euro, l’Irap sul costo del lavoro, l’abolizione della Tasi sulla prima casi, l’abolizione dell’Irap agricola, persino la riduzione del canone Rai) ora è il momento di una riforma strutturale che ridisegni complessivamente un fisco adatto a questo secolo, e agli anni che ci aspettano.

Per realizzare questo ambizioso obiettivo servono sicuramente molti ingredienti. Uno di quelli è il patto tra le forze sociali, richiamato sia l’anno scorso dal Presidente di Confindustria Carlo Bonomi che, settimana scorsa, dal segretario nazionale della CISL Luigi Sbarra.

Ma un altro elemento – altrettanto se non addirittura più importante – è l’affermazione di un’offerta politica autenticamente riformista, in grado di superare ciò che soprattutto in campo fiscale è risultato evidente negli ultimi tempi: le ricette vecchie dei conservatori, quelle semplicistiche dei populisti, quelle inventate dei sovranisti.

Se riusciremo a costruire una proposta politica del genere, in grado di parlare agli italiani con chiarezza, competenza e coraggio, la riforma strutturale del fisco sarà soltanto uno dei fronti su cui costruiremo un paese in grado di sfruttare la globalizzazione per allargare e distribuire opportunità, e riprendere in mano le leve del nostro futuro.

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