Sono tante le persone a credere, in buona fede, che quando una persona gestisce qualcosa in nome del settore pubblico si trasformi istantaneamente in un super-uomo o in una fatina dorata.
Un essere speciale dotato di super-poteri e sempre orientato a conoscere e perseguire il bene collettivo, in ogni luogo, tempo o situazione.
Questo vale qualsiasi cosa questo individuo facesse prima: anche se era un farabutto patentato, quando assume una carica pubblica viene illuminato dal raggio di sole divino che lo trasforma in un essere di infinita bontà.
Ecco perché tante persone chiedono, anzi pretendono, che così tanti settori dell’economia e della società vengano gestiti dal pubblico: perché infatti rifiutare che esseri soprannaturali, e dotati di infinita saggezza e bontà possano lavorare per noi?
Ma purtroppo questa non è la realtà.
A gestire il settore pubblico non ci sono super-eroi: ci sono uomini e donne, con i loro pregi, i loro difetti e i loro obiettivi.
Che non è affatto detto siano quelli di massimizzare il benessere collettivo, ammesso che ci sia una definizione chiara e univoca – e valevole per ogni circostanza – di cosa esso sia e come si realizzi.
Anzi, spesso il trovarsi a gestire qualcosa con i soldi degli altri crea irresistibile incentivo: usare quel “qualcosa” per perseguire proprie finalità.
Che vanno da quelle illecite (arricchimenti personali) a quelle perfettamente lecite ma ugualmente tragiche (comprare e retribuire consenso politico).
In una moderna economia di mercato, alcune cose devono necessariamente essere esclusiva responsabilità dello Stato: difesa, ordine pubblico, sicurezza, giustizia, gestione del sistema fiscale e della riscossione, politica estera, tutela della concorrenza, regolamentazione dei monopoli naturali, certezza del diritto, finanziamento delle infrastrutture e dei diritti sociali di base (penso a scuola e – quantomeno nella visione europea – sanità).
Una lista nutrita e impegnativa: ecco perché noi del Partito Liberaldemocratico pensiamo che lo Stato debba esclusivamente dedicarsi a fare queste cose in maniera eccellente, visto che le può fare solo lui.
Ma il resto no.
Il pluralismo nel settore televisivo – essenziale per far funzionare bene una democrazia liberale- non si raggiunge avendo un network di proprietà e gestione pubblica: perché esso rischia di partecipare alla spartizione del potere da parte delle forze politiche, che accade molto spesso quando si maneggiano cose preziose e ad alto rendimento, in questo caso il condizionamento dell’opinione pubblica.
L’obiettivo del pluralismo si raggiunge invece garantendo il massimo degli editori privati possibili: così se un programma ha successo, il suo concorrente tenterà di farne un altro di maggiore successo.
Se un talk show è fazioso, ci sarà certamente il rischio che un suo concorrente risponda con uno fazioso per la parte opposta: ma ci sarà anche la possibilità che un ulteriore concorrente cerchi di rispondere alla domanda di mercato che chiede un talk show obiettivo e imparziale.
Ci sarà poi l’Autorita’ garante per le comunicazioni, incaricata di far rispettare il pluralismo, e le autorità anti-trust, che fanno rispettare concorrenza e sanzionano abusi, ad esempio, sul mercato pubblicitario.