Il merito va bene. Finché non tocca i soldi.

Ci risiamo.
Sempre la stessa storia: la meritocrazia va bene (a volte) come slogan, va pure bene (meno spesso) come regola, ma non va bene mai quando si tratta di arrivare all’ultimo passo: i soldi.

Bisogna distribuire tra gli atenei il finanziamento pubblico per il 2026 (si, a giugno… ma questo è un altro problema).

Per una piccola quota (2,5 miliardi su circa 10 totali) , si usano i risultati di valutazione della qualità della ricerca, in ossequio appunto ai principi meritocratici: si distribuisce quella quota premiando chi nei 5 anni precedenti ha ottenuto i migliori risultati in termini di ricerca.

Quando si fanno i conti però, si scopre che – logicamente – rispetto alla precedente distribuzione del fondo qualcuno ci guadagna e qualcuno ci perde.

Come è ovvio che sia se si adottano criteri che premiano i risultati, man mano che i risultati cambiano.

E qui iniziano i problemi.

“Eh, ma no, ma sai, ma giù, ma su”.

E allora la conferenza dei Rettori è attualmente impegnata a cercare di metterci una pezza: si vabbè il merito, però non esageriamo eh.

La stessa l’ho vissuta nello scorso decennio, quando – da consigliere economico di Palazzo Chigi – disegnammo il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard per quanto riguarda i finanziamenti ai comuni.

Il calcolo con i fabbisogni standard dava una certa distribuzione di soldi: ma poi, quando nessuno guardava, si annullava l’effetto-meritocratico compensando interamente o quasi i comuni che perdevano anche solo un euro rispetto all’anno prima.

Che cosa proponiamo noi del @Partito_Libdem ?

1) il merito non può valere solo in astratto, ma deve costituire un incentivo vero in termini di risorse assegnate. Solo così si cambiano i comportamenti e si spinge tutto il sistema a migliorarsi.

2) non siamo “talebani”. La gradualità è essenziale. Ma sia stabilità per norma (e in diminuzione nel tempo) , e non rimessa di volta in volta alla discrezionalità del momento.