La mia intervista di oggi a Claudio Marincola per L’Altravoce Il Quotidiano Nazionale
In un passaggio politico segnato da tensioni crescenti, tra un governo in affanno, un’economia sotto pressione e un quadro internazionale sempre più instabile, il dibattito sulle scelte da compiere si fa inevitabilmente più netto. Luigi Marattin, segretario nazionale del Partito Liberaldemocratico, è fuori dagli equilibrismi di giornata. Le scelte riguardano i nodi più urgenti: vincoli europei, crisi ener-getica, alleanze possibili e il futuro stesso della legislatura.
Dopo l’esito del referendum e le gaffe in politica estera, il governo sembra navigare a vista: davvero lei, onorevole Marattin pensa che basti prendere le distanze da Trump per recuperare credibilità, o qui serve una terapia d’urto che la maggioranza, divisa com’è, non è in grado di somministrare?
«Perlomeno negli ultimi 15 anni, abbiamo avuto o governi di emergenza (Monti, Draghi, Letta)
o governi di chi aveva conquistato un rapido e improvviso consenso facendo appello agli istinti del Paese (di rottamazione della classe politica, di chiusura rispetto alla globalizzazione o altro). In entrambi questi casi, non abbiamo avuto governi di chi da anni si preparava, e preparava classe dirigente, per governare un Paese complesso come l’Italia. Questo è il problema. Si prendono i voti promettendo mari e monti e pensando che sia tutto facile: poi quando si arriva al governo ci si rende conto che non è così. E quando qualcosa va storto – come ora il referendum ci si sveglia e si pretende che in pochi giorni, con una bacchetta magica, si possa risolvere».
Il dilemma è: rispettare il Patto di stabilità o piegarlo alle esigenze di una economia che arranca. Lei da che parte sta, e soprattutto: ha il coraggio di dire agli italiani quali sacrifici concreti comporta la scelta?
«In Italia si tende a voler rispettare una sola regola fiscale. Io la chiamo la regola-Maduro: “Fatemi spendere sempre e comunque, senza limiti: e quando i soldi finiscono, li stampo”.Tutte le altre vengono prima o poi etichettate come “sadica austerità”. Perchéin fondo sono tutti convinti che la crescita si faccia solo con la spesa pubblica. E neanche il fatto che siamo ancora allo “zero virgola” dopo 200 miliardi di Pnrr e 174 miliardi di Superbonus riesce a scalfire questa errata convinzione. La verità è che se la situazione internazionale peggiorerà, sarà la stessa Ue a sospendere il Patto, come già accaduto due volte negli ultimi sei anni (col Covid econ l’invasione dell’Ucraina). Fino ad allora, eviterei fughe solitarie: a fine anno diventeremo il Paese più indebitato della Ue(e il secondo al mondo). Non siamo proprio nelle con-dizioni di credibilità autorevolezza per chiedere lassismo fiscale».
Confindustria parla di crisi energetica “più grave del dopo-guerra” e boccia lo sconto sulle accise come un pannicello caldo. Se le chiavi fossero nelle sue mani, quali misure immediate prenderebbe — e dove troverebbe i soldi senza scaricare tutto su deficit e debito?
«Il primo atto sarebbe tornare subito al nucleare. È vero, avrebbe effetti solo tra dieci anni, ma com’era quella storia del “politico che pensa alle elezioni e lo statista alle future generazioni”? Il secondo sarebbe destinare i proventi degli ETS all’abbattimento degli oneri di sistema, e quindi delle bollette. Il terzo mettere a gara tutte le concessioni in maniera energetica. Il quarto dare direttiva all’Autorità di accelerare il passaggio ad un sistema di regolamentazione che riconosca in modo più puntuale i costi dell’operatore, senza scaricare tutto in bolletta. Ha fatto caso che nessuna di queste cose comporterebbe un euro di deficit o di debito?»
Senza sfera di cristallo ma con un minimo di onestà politica: quanto può durare ancora questo governo? E l’ipotesi “tutti a casa” è un tabù da talk show o una prospettiva concreta che qualcuno, in privato, già considera inevitabile?
«Siamo in Italia, il Paese dove – specialmente in politica – tutto può succedere. Dopodiché io credo si voterà nel 2027 (o ad aprile o settembre a scadenza naturale) non prima».
Lo scontro politico si radicalizza e il suo partito è chiamato a scegliere: dialogo con un Pd che predica unità ma è lacerato al suo interno, o percorso autonomo? E sulle primarie: strumento democratico o alibi per non decidere nulla?
«Vorrei poter dialogare con il Pd del 2007, o quello del 2014. Ma quello attuale è un partito diametralmente opposto a quello, dalla politica estera al fisco, dalla giustizia all’economia. Su alcune cose (penso la surreale proposta di riduzione dell’orario di lavoro) è più indietro persino rispetto al Pds del 1995. Quindi non vedo spazi su quel versante: quello schieramento ha assunto una cifra politica di sinistra radicale e massimalista, con la quale non ho mai avuto niente a che vedere anche quando militavo in quel versante, si figuri adesso. In generale, nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi sei mesi, devo prendere atto che al momento non ci sono le condizioni per far partire un’operazione terzopolista, che pur noi del Partito Liberaldemocratico continuiamo a ritenere possibile e necessaria.
Nell’area ci sono due partiti, uno da molti anni tra il 2 e il 3% e noi (nati lo scorso anno) tra l’1e il 2%.
Per dare risposta a chi nel Paese chiede una forza terza, occorre un’operazione che parta da entrambi questi due partiti ma che sia completamente nuova e che nasca mettendo il progetto davanti agli ego. Noi siamo sempre dispo nibili, come lo siamo sempre stati».
Tra nuova legge elettorale e soglie di sbarramento, c’è chi vi dà per spacciati prima ancora di scendere in campo. È una lettura realistica o l’ennesimo riflesso di un sistema che prova a chiudere il gioco ai piccoli?
«Non penso ci sia più nessuno in Italia che sappia con che sistema elettorale andremo a votare nel 2027. Dopodiché, se un’offerta politica è fatta come si deve e coraggiosa al punto giusto, può farcela con qualsiasi sistema elettorale. Ma bisogna farla bene».
Il caso della Brigata ebraica ha creato imbarazzo e tensioni, tra accuse di strumentalizzazione e simboli “fuori contesto”. Lei come legge quell’episodio: errore politico, problema culturale o semplice degenerazione di piazza?
«Se nel corteo in cui celebra la sconfitta di chi bruciava gli ebrei nei forni crematori c’è chi definisce gli ebrei “saponette mancate”, se persino il sindaco di Milano dice che non è il caso di mostrare il simbolo della Brigata Ebraica (che è lo stesso della bandiera israeliana), se si attacca con tale violenza non solo chi difende lo Stato di Israele ma anche chi è di religione ebraica, per me non siamo in presenza né di errore politico né di degenerazione di piazza. Siamo in presenza di una vera e propria emergenza di estremismo e antisemitismo strisciante».