La mia intervista del 5 marzo 2026 con Vittorio Ferla per L’Altra Voce Il Quotidiano Nazionale
Economista e deputato, già consigliere economico del presidente del Consiglio (con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni), Luigi Marattin ha una storia di impegno liberale e riformista che attraversa i Ds, il Pd e Italia Viva. A quasi un anno dalla fondazione del Partito Liberaldemocratico di cui è segretario nazionale, affrontiamocon lui i principali temi di questo complesso passaggio storico.
Partiamo dall’Iran. Come giudica l’iniziativa di Trump e Netanyahu? Che mondo si sta disegnando?
«Non mi turba che due baluardi della società occidentale -Usa e Israele, indipendentemente da chi siano i leader pro tempore, che non mi piacciono – siano intervenuti in armi contro uno dei regimi più criminali della storia, che sta reprimendo una popolazione di 92 milioni di persone, di cui il 70% ha meno di 35 anni. Siamo a un bivio storico: se il regime verrà abbattuto e sostituito da uno rispettoso della volontà popolare, a cambiare non sarà soloil Medio Oriente ma il mondo intero».
Dobbiamo dire addio all’ordine internazionale in cui abbiamo vissuto? Che fine fa quel sistema universale di valori liberal-democratici?
«Solo negli anni ’90 abbiamo avuto un assaggio di un mondo caratterizzato da governance mondiale e dal primato del diritto internazio-nale. Andammo pure a prendere i criminali di guerra jugoslavi e li processammo a L’Aja. Ma quel mondo è finito quando sono accaduti tre eventi: l’attacco del
fondamentalismo islamico, la torsione aggressiva della Russia e l’ingresso nella Cina come seconda potenza mondiale.
Da allora il diritto internazionale è solo una foglia di fico, e le liberaldemocrazie sono minoranza per la prima volta da molto tempo. Per tornare ad un mondo governato dal diritto, dobbiamo respingere l’attacco alle liberaldemocrazie e farle avanzare ovunque sia sensato farlo».
La sinistra volta le spalle alla richiesta di libertà del popolo iraniano. Lo stesso è accaduto con venezuelani e ucraini. Lei viene dal Pd: come se lo spiega?
«Sono uscito dal Pd sette anni fa, perché capii che non avrebbe mai potuto ospitare – senza prima o poi considerarla un corpo estraneo – una cultura liberale e riformatrice.
Ma il Pd di oggi non è solo più indietro rispetto a Renzi 2014 o Veltroni 2008. E più indietro pure rispetto al Pds del 1995. Lo dimostra non solo la postura di politica estera, ma pure quella sulla giustizia, fisco e lavoго».
Allo stesso modo, la sinistra sembra simpatizzare per la “resistenza” di Hamas, mentre assume un atteggiamento pilatesco sul ddl antisemitismo.
«Il Partito Liberaldemocratico è fiero di essere allo stesso tempo dalla parte di Israele (baluardo dei valori occidentali in Medio Oriente)e dei palestinesi anti-Hamas, che vogliono vivere in pace e liberi dal terrore del fondamentalismo islamico».
L’Europa è divisa su difesa comune e politica estera. Cosa serve per trasformarla in una potenza credibile sul piano globale?
«Fin dai tempi delle caverne si è forti sul piano globale se si è forti economicamente, militarmente e nella capacità di generare innovazione. Non se si parla forbito o se si ha una grande storia dietro le spalle».
Draghi parla di federalismo pragmatico, Fabbrini di cooperazioni rafforzate. È la strada giusta per superare i veti?
«Sono strumenti giusti. Ma la sostanza è che ci devono essere nazioni pronte a rinunciare a parte di sovranità nazionale per costruirne una condivisa. Sapendo che, se non fanno questo salto, non torneranno al bel mondo degli anni ’70, ma spariranno o saranno terra di conquista di altri».
Meno Stato, più mercato: sul piano economico, lei sostiene le tesi delleader argentino Milei (che molti considerano un fascio-liberista). E la ricetta giusta per l’Italia?
«L’Italia, sebbene non cresca più da 25 anni, è ancora uno dei Paesi più avanzati del mondo. L’Argentina viene da un quarto di secolo di default permanente. Non si possono fare paragoni del genere. Dettociò, la postura di Milei su riduzione di spesa pubblica e liberalizzazioni mi piace, e penso che debba essere adottata anche in Italia».
Rendite, tasse, lavoro. Quali sono i principali fallimenti del governo sul piano economico?
«Bene sui conti pubblici, anche se non aveva promesso questo ai suoi elettori. Male su tasse e concorrenza, perché l’anima liberale è ancora troppo sottomessa a populismi e sovranismi».
Il centrosinistra ripropone la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Che ne pensa?
«Che neanche il Pds di 30 anni ta arrivò a sostenere – ai tempi di Bertinotti – una simile scemenza. In un paese in cui la produttività del lavoro non cresce da 25 anni, una mossa del genere crea solo recessione e disoccupazione».
Da decenni, il grande problema del Paese è la mancata crescita. Né il governo né l’opposizione mettono il tema al centro. Lei che cosa propone?
«Abbiamo presentato un piano in più punti, dalla riforma della contrattazione collettiva agli incentivi alla crescita dimensionale delle imprese, passando per la detassazione dei premi di produttività. Spero ci sia modo di discuterlo con le altre forze politiche. Che però, a destra come a sinistra, sembrano interessate solo a pensioni o salario minimo».
Legge elettorale: come giudica la bozza del governo? Qual è per lei la soluzione migliore?
«Sono solo due le leggi elettorali che possono funzionare in Italia. O proporzionale con sbarramento al 5% e preterenze, o maggioritario a doppio turno di collegio. Sistemi diversi ma che hanno due cose in co-mune: permettono ai partiti di correre da soli, senza la gabbia di coalizioni posticce. E permettono agli elettori di scegliere il proprio parlamentare».
Il Partito Liberaldemocratico si oppone alla demagogia degli opposti populismi. Giusto, ma dobbiamo rinunciare anche al bipolarismo che ha garantito la democrazia dell’alternanza in questi anni?
«L’unica cosa che il bipolarismo italiano ha garantito è la trasformazione della politica in uno stadio di curve ultrà che strepitano, e che si mettono insieme col solo scopo di non far vincere l’altra curva. Un incubo a cui è ora di mettere fine».
C’è spazio per un terzo polo centrale di ispirazione liberale e riformista? A giudicare dai numeri, oggi sembra un’utopia.
«Domenica il Pld compie un anno, e lo festeggiamo dando il via a una scuola di formazione politica che durerà sei mesi e che insegnerà a 130 studenti filosofia, diritto, economia, storia ma anche comesi parla in pubblico, come si legge un bilancio, ecc.
In un anno abbiamo costruito un’organizzazione presente in tutte le regioni e tutte le città, fatto migliaia di iscritti, lanciato 15 campagne tematiche, costituito 14 tavoli di lavoro permanenti, una newsletter e dei webinar settimanali, coinvolto persone che non votavano da tempo, costruito una classe dirigente. E, pur senza una lira e senza l’esposizione mediatica preponderante che hanno altri partiti con consensi ormai simili al nostro, cominciamo ad avere sondaggi interessanti, vicini al due per cento. Lei la chiama utopia. Io la chiamo l’inizio di una bellissima realtà».