Ceto medio, basta con gli slogan. Ora meno tasse e aiuti alle famiglie.

la mia analisi su L’Altravoce Il Quotidiano Nazionale del 30 agosto 2025.

La politica italiana è, da tempo, fatta di slogan periodici e rituali. Che ormai hanno perso completamente ogni aderenza con la realtà. Basti citare l’annuncio a reti unificate sul “finalmente facciamo pagare le banche!”, negli stessi minuti in cui, nelle aule parlamentari, l’emendamento sulla tassazione straordinaria degli extra-profitti veniva invece trasformato in opzione volontaria.

Tra questi slogan vi è a pieno titolo quello sul ceto medio, che ogni forza politica, prima o poi, tira fuori come un coniglio dal cappello.

Non ha fatto eccezione la presidente Meloni, che ha dedicato al ceto medio una parte consistente, e politicamente molto significativa, del suo discorso al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.

Sono due le dimensioni su cui, secondo la premier, questa attenzione verrà in particolare sviluppata dal governo nei prossimi mesi: il carico fiscale e le politiche sulla famiglia.

Sul primo punto, il Partito Liberaldemocratico da tempo ha iniziato una campagna di sensibilizzazione volta a far comprendere la gravità del problema. In Italia chi guadagna 2.500 euro al mese (con cui in molte città grandi e medie, ormai, cominci ad essere appena sopra la soglia di sopravvivenza) sopporta un’aliquota fiscale marginale del 45%: la stessa aliquota che in altre nazioni europee scatta invece a livelli di reddito tripli, quadrupli o persino superiori. E un recente rapporto OCSE ha attribuito all’Italia il poco invidiabile primato di paese, tra i 38 stati del mondo occidentale, che maggiormente tartassa il ceto medio alla fine del calcolo complessivo tra tassazione, contributi e trasferimenti.

La premier ha annunciato iniziative in questo senso, e le attendiamo con ansia. Anche perché finora gli interventi di questo governo sui livelli di reddito medio sono stati di segno esattamente opposto, attraverso la riduzione delle detrazioni.

Vi sono tuttavia due questioni cruciali che misurano la credibilità di qualsiasi annuncio in questo senso. La prima è di tipo tecnico-politico: se si vuole davvero ridurre il colossale squilibrio che c’è con gli altri paesi in merito alla tassazione del ceto medio, occorre destinare a questo scopo risorse consistenti e non simboliche. E, data la situazione di finanza pubblica del paese, tali risorse possono essere reperite solo attraverso una riduzione della spesa pubblica. Ecco quindi la prima domanda: è pronta la premier a prendersi la responsabilità di un efficientamento radicale della spesa pubblica italiana finalizzata a dare un sollievo reale e significativo al ceto medio (anzi, al ceto medio più tartassato del mondo occidentale?). 

La seconda questione è di tipo politico-mediatico: nel sistema politico italiano, da sinistra e da destra, ogni volta che si parla di riduzione della pressione fiscale vi è una fortissima pressione demagogica volta a destinare ogni euro eventualmente disponibile ai redditi bassi. Perché definisco demagogica una pulsione che, ad uno sguardo superficiale, probabilmente sembra scontata? Per un motivo molto semplice. Chiunque si prenda il disturbo di guardare i dati, si accorge che per i redditi bassi il fisco non è affatto il problema: per loro l’aliquota media effettiva (quella che tiene conto anche delle detrazioni per tipologia di reddito e dei vari bonus) è già praticamente azzerata. Il problema di quei redditi non è il cuneo fiscale: è, tragicamente, che ad essere basso è lo stipendio lordo. E questo avviene a causa della scarsa produttività, in particolare del lavoro. Il male cronico e pluridecennale dell’economia italiana, la cui cura non ha nulla a che fare col fisco ma con la mancanza di riforme strutturali e istituzionali che questo paese – in modo puntualmente bipartisan – rimanda da diversi decenni. Dove invece il fisco lambisce i confini della rapina legalizzata è invece sui redditi medi e sulla piccola imprenditoria. Ma nella narrazione populista, largamente prevalente, costoro sono assimilabili a ricchi nababbi col sigaro in bocca e il cocktail da gustare fresco sullo yacht di proprietà. Da punire periodicamente con balzelli fiscali sempre più nuovi e fantasiosi, al fine di finanziare la mitologica “redistribuzione del reddito” (e non importa se dalla sua introduzione mezzo secolo fa la nostra Irpef sia diventata molto più progressiva). Il che ci porta alla seconda domanda: qualora fosse effettivamente pronta a destinare diversi miliardi a coloro che sono raffigurati come ricchi nababbi dalla narrazione populista, sarà pronta la presidente Meloni a ignorare bellamente le proteste che arriveranno dal mondo sindacale, dall’intero schieramento di centrosinistra e, probabilmente, anche dalla parte più populista della sua maggioranza?

Vi è poi la seconda dimensione su cui a Rimini è stato annunciato un intervento volto a favorire il ceto medio: un nuovo Piano Casa. Ma per liquidare la questione basterebbe richiamare i numerosi “Piani casa” miseramente falliti negli ultimi tre decenni. L’urbanistica è infatti materia concorrente, su cui lo Stato può soltanto dettare principi generali (e l’ultima volta l’ha fatto con Mussolini al potere, nel 1942). Per tutto il resto – dalla legislazione di dettaglio all’attuazione dei principi, passando per le regole e le procedure – c’è la giungla delle 20 regioni e – come effetto moltiplicativo – quella di ciascuno dei 7904 comuni della Penisola. Pertanto è giuridicamente (e politicamente) impossibile che a livello nazionale venga fatto qualsivoglia Piano Casa, che non sia unicamente un insieme di principi vaghi e generici. Sui quali, notoriamente, non si costruiscono edifici né abitazioni per il ceto medio o per chicchessia.

Ma possiamo usare questo sfortunato esempio fatto dalla premier per parlare in generale di politiche familiari per il ceto medio. Da questo punto di vista il governo Meloni avrebbe semplicemente dovuto continuare ad attuare la legge delega sul Family Act varata nella precedente legislatura: lì dentro c’era tutto quello che serve per modernizzare il nostro welfare e indirizzarlo verso la genitorialità. Dall’assegno unico universale alla conciliazione tempi vita-lavoro, passando per il diritto allo studio. Il governo Meloni avrebbe potuto sfruttare quello strumento, magari mutandone l’attuazione verso obiettivi considerati più vicini politicamente. Ma evitando di archiviarlo come se non fosse mai esistito. Purtroppo invece ha prevalso la solita logica delle curve ultrà: tutto quello che è stato fatto dai governi precedenti, per definizione, è il male assoluto.  E ogni volta bisogna ricominciare daccapo.

Fisco e politiche familiari, dunque. Vedremo se e quando, e come, su queste due dimensioni nei prossimi mesi il governo riuscirà a passare dagli annunci ai fatti. Non aspetteremo molto: già tra sei settimane il governo dovrà presentare il disegno di legge di bilancio, che è l’occasione ideale per verificare il passaggio dagli slogan alla Gazzetta Ufficiale.

Ma se la politica in questo paese fosse qualcosa di più che una disperata televendita (senza, per giunta, la minaccia della sanzione dell’anti-trust in caso pubblicità ingannevole), sul tema del ceto medio ci sarebbe molto da riflettere. Cominciando ad esempio con le domande basilari: da chi è composto oggi? Negli scorsi decenni si trattava soprattutto di quadri impiegatizi, piccoli imprenditori e di liberi professionisti. Cosa sta accadendo oggi a queste professioni? I quadri rischiano la proletarizzazione, sia nelle retribuzioni reali che nelle conseguenti abitudini di consumo: ne abbiamo avuto un’avvisaglia quest’estate, quando ci siamo accorti che le tre settimane di villeggiatura (o forse persino due) sono ormai un retaggio dei film degli Anni Ottanta. I piccoli imprenditori fanno sempre più difficoltà a reggere la sfida del mondo globalizzato, dove la dimensione minima di scala è di svariate volte superiore a quella su cui questo paese ha costruito gran parte del suo sviluppo industriale. E invece di una politica che rimuova gli ostacoli per la loro crescita, si trovano spesso di fronte politiche esplicitamente mirate a farli rimanere piccoli (un esempio sopra tutti: le ripetute estensioni del sistema forfettario). Infine, i liberi professionisti: mentre nel passato l’accesso alla professione di architetto, commercialista, avvocato o ingegnere era garanzia di un roseo futuro economico, oggi queste professioni sono sinonimo di precarietà e mancanza di tutela. Perlomeno per chi ci entra senza le proverbiali spalle coperte. Mentre su di loro incombe, minacciosa, l’ombra dell’intelligenza artificiale. Che in teoria dovrebbe far evolvere le professioni aumentando la produttività e favorendo la specializzazione. Ma che, se l’adozione di questa tecnologia dovesse avvenire in modo disordinato, rischia di provocare una diminuzione delle caratteristiche di intensità del lavoro di ciascuna di esse.

Insomma. Si fa presto a dire ceto medio. E si fa ancora prima a promettere cose, che durano lo spazio di un titolo di un tg o di una card sui social. Ma per affrontare in maniera radicale l’epocale sfida della trasformazione e la crisi del ceto medio (in Italia e non solo), servirebbe una politica che avesse il coraggio di smetterla di trattare gli italiani come bambini o come contenitori da riempire, e di affrontare riflessioni più impegnative.

Non solo, però. Serve anche un elettorato disponibile a fare altrettanto, e ad assecondare questo cambiamento delle modalità di formazione e raccolta del consenso.

È l’eterno dilemma tra quale dei due lati del mercato politico – la domanda o l’offerta – debba cambiare per primo, per evitare il declino.

Luigi Marattin

Deputato, Segretario nazionale del Partito Liberaldemocratico.