È ora di un’agenda anti cialtroni

di Luigi Marattin per Il Foglio

Basta con la politica come arte del galleggiamento tra un’elezione e l’altra. La vita pubblica italiana si è polarizzata tra un populismo sovranista e una sinistra che ha solo aggiornato il suo vecchio armamentario. Ma l’alternativa liberal-democratica è ancora possibile. Un manifesto.

Nel 1902 un pensatore rivoluzionario pubblicava un contributo al II Congresso del Partito operaio social-democratico in cui propugnava la necessità di una “lotta decisa contro questo orientamento amorfo e mal definito, ma perciò tanto più stabile e capace di rinascere sotto forme diverse”. Il rivoluzionario era Lenin, il contributo era il Che fare? e l’“orientamento amorfo e mal definito” era l’opportunismo economista che, cercando di blandire il consenso dei capitalisti negando le finalità ultime del socialismo, stava a suo dire pregiudicando le possibilità di una vera rivoluzione collettivista. Centoventi anni dopo, la rivoluzione socialista si è realizzata, ha governato mezzo pianeta per decenni ed è crollata sotto il peso dei suoi fallimenti e delle sue illusioni. E per quanto riguarda i maestri del pensiero politico internazionale siamo passati da Lenin a Steve Bannon, a conferma che anche quel filone del pensiero marxista che prediceva l’evoluzione continua dell’umanità si è poi rivelato totalmente infondato. Il paragone con gli strani tempi odierni, quindi, non potrebbe essere più inappropriato.

Tuttavia, la “Cosa” che da un decennio si aggira per il mondo – e che convenzionalmente chiamiamo “movimento sovranista-populista” – ha impressionanti analogie con quell’orientamento politico contro cui Lenin si scagliava a inizio Novecento. È “amorfo e mal definito” perché è privo di solidi e unanimemente riconosciuti riferimenti culturali, ma – da Trump a Bolsonaro, passando per Orbán e Farage, Duda, Le Pen e Salvini – assume forme diverse che mal si prestano a una sistematizzazione unica e coerente delle proprie caratteristiche definitorie. Ma a maggior ragione, l’orientamento populista sembra ormai “stabile” nel panorama politico internazionale e sembra sempre “capace di rinascere sotto forme diverse” anche dopo sporadiche sconfitte. Soprattutto, proprio come l’opportunismo contro cui si scagliò Lenin all’alba del secolo scorso, mira a destrutturare ogni pensiero politico in nome dell’unica cosa che conti: ottenere con la parola un consenso immediato, al quale far seguire – prima che colui che ha offerto il consenso abbia tempo di pretendere un risultato pratico – altre parole foriere di altro consenso immediato. È un virus altamente contagioso, e che può colpire tutti. Perché tutti, in fondo, siamo almeno una volta tentati dallo sposare la soluzione più semplicistica, che ci fa sentire più forti di tutti e ci culla nella sua forte e autoreferenziale assertività, rifuggendo da qualsiasi fatica del fare e del pensare. Una consapevolezza, questa, che fa aggiornare la famosa frase di Gaber: non ho paura del populista in sé, ma del populista in me.

Finora il “Che fare?” antipopulista ha partorito – con l’unica e rilevantissima eccezione di Macron in Francia – una socialdemocrazia 4.0, che essendo culturalmente sottomessa alla ventata populista si è limitata ad aggiornare il vecchio armamentario socialdemocratico (prevalenza del ruolo dello stato, sfiducia nelle capacità allocative del mercato, utilizzo estensivo della leva fiscale a fini ridistribuivi) con innesti movimentisti: ambientalismo più o meno radicale, rifiuto della leadership, cedimenti alla comunicazione sloganistica, malcelata diffidenza verso la globalizzazione. È un’offerta politica piuttosto omogenea dal punto di vista internazionale: l’ala del Partito democratico americano che si riconosce in Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, il vecchio Labour di Jeremy Corbyn, Podemos in Spagna, il partito socialista francese e il recente matrimonio strutturale tra Pd e M5s in Italia. Perciò qui nel Bel Paese, stante anche la lenta agonia del vecchio centrodestra moderato, ai tanti che non si rassegnano a dover scegliere tra Zingaretti/Di Maio e Salvini/Meloni rimane l’eco di quella domanda che risuona triste e melanconica nell’aere. Che fare?

Se ci pensate bene, come sempre nella storia politica italiana, finora le domande rilevanti sono state altre. “Come fare?”, per gli appassionati di dinamiche tattiche inerenti congressi, fusioni o convergenze tra forze politiche o tra le correnti di un partito. O “chi deve fare?”, per la ancor più nutrita pattuglia di coloro che sono convinti che l’alfa e l’omega dell’agire politico sia la leadership, e non che essa sia parte di una inscindibile trinità composta anche da contenuti/messaggio e organizzazione.

Chi scrive però è un inguaribile ingenuo e, nonostante tutto, continua a credere che i processi politici si costruiscano sulla base di una visione di società che non si esaurisca in una sloganistica elencazione di un cumulo di banalità (e quante ne abbiamo lette in agosto!) ma che si sostanzi in azioni e policies dall’elevato contenuto di concretezza e spendibilità. E allora proviamoci, senza nessuna pretesa di esaustività né di particolare originalità, caratteristica quest’ultima quasi impossibile da raggiungere in un paese a cui piace così troppo di più scrivere e parlare rispetto al fare. Qual è un possibile “Che fare?”, qui e oggi, in grado di combattere a viso aperto e sconfiggere il sovranismo-populismo e, attraverso un’aggregazione in grado di produrre un progetto politico, “cambiare lo stato presente delle cose” (cit.)?

L’etichetta che daremo a chi crede in quanto verrà esposto prescinde dai cognomi dei potenziali leader e, in mancanza pluridecennale di una stabilità del quadro dell’offerta politica, verrà convenzionalmente usato il termine “liberal-democratici”.

Nessun “che fare?” può mai prescindere dall’analisi di “che è successo?”. Per i sovranisti/populisti, è successo che globalizzazione e ingresso nella moneta unica hanno maleducatamente interrotto una fiorente età dell’oro in cui si poteva andare in pensione prima dei 40 anni, la dimensione ristretta del mercato ci teneva ben lontani da fastidiose pressioni concorrenziali, svalutazione, inflazione e debito pubblico erano tre comode e infinite droghe alle quali si poteva ricorrere ogni volta che si voleva, l’aziendina a conduzione familiare era la carta d’identità economica nazionale, e il calcio era più bello perché le partite si giocavano solo la domenica e non c’era la Var. Da quando un bieco complotto internazionale ha interrotto tutto questo, sono iniziati i nostri problemi. Basta rimuovere quei “disturbatori della nostra felicità” (come Thomas Jefferson chiamava gli inglesi) e tutto si risolverà.

Per i socialdemocratici/movimentisti, è invece successo che la “rivoluzione liberista” di Reagan e Thatcher, propagatasi – a loro dire – in Italia fin dagli anni Novanta, ha silenziato o comunque fortemente limitati i due strumenti principali attraverso cui sviluppare un sistema economico (sempre a loro dire): l’intervento dello stato e l’utilizzo estensivo della spesa pubblica. Basta sdoganare l’utilizzo di questi due pilastri dello sviluppo economico, e tutto si aggiusta.

Per i liberal-democratici, invece, è successo qualcosa di un po’ più complesso. L’Italia, uscita dal disastro della Seconda guerra mondiale come economia essenzialmente agricola, ha nei due decenni successivi realizzato un impetuoso sviluppo basato essenzialmente su tre elementi: i) un forte intervento pubblico, che controllava banche e pezzi significativi dell’industria; ii) un tessuto di piccole imprese a conduzione familiare che ha beneficiato della costruzione dell’Unione doganale e degli alti rendimenti che un’economia a basso stock di capitale notoriamente comporta; iii) un contesto geopolitico internazionale che vedeva l’Italia in una posizione doppiamente strategica: quella di frontiera tra est e ovest dell’Europa e tra nord e sud del Mediterraneo. E pertanto, doveva essere protetta e aiutata in ogni modo dal blocco occidentale, compreso un sostegno economico esplicito (che iniziò col Piano Marshall) e uno meno esplicito ma altrettanto consistente. Completata la fase di cambiamento strutturale da economia agricola a potenza industriale, a fine anni Sessanta, l’Italia si dimostra incapace di gestire i primi dividendi della crescita. Incapace dal punto di vista sociale, con l’esplodere della contestazione dalle cui criminali degenerazioni nacque poi il fenomeno terrorista; e dal punto di vista politico, col fallimento della formula del centrosinistra che avrebbe dovuto gestire la distribuzione dei primi dividendi della crescita e la creazione delle condizioni per la successiva fase di sviluppo. Da allora, il motore sano dell’economia italiana si è bloccato.

Nei successivi due decenni si è preferito “tirare a campare” facendo largo ricorso alle droghe macroeconomiche, la cui funzione – proprio come tutte le altre sostanze stupefacenti – è regalare qualche illusione nel breve periodo nascondendo la realtà sotto il tappeto per poi rivelare tutti i loro danni solo nel lungo periodo. Negli anni Settanta ci siamo dati crescita con la droga della svalutazione e dell’inflazione, e negli anni Ottanta con il debito pubblico. E quando negli anni Novanta – a mondo completamente cambiato – globalizzazione e moneta unica ci hanno disintossicato da quelle tre droghe, è venuta fuori tutta la polvere accumulata sotto il tappeto nei vent’anni precedenti. Vale a dire, è diventata palese l’inadeguatezza della struttura produttiva italiana, del suo stato sociale, del suo sistema fiscale, della sua pubblica amministrazione e probabilmente pure della sua classe dirigente – che proprio da allora cominciò ad abbandonare ogni meccanismo di formazione e selezione – al nuovo mondo che nel frattempo fuori dai confini patri era nato e si stava sviluppando. Ed è da allora – escludendo fiammate di qualche breve e prontamente sedata stagione riformista – che siamo sostanzialmente fermi. Il reddito reale pro-capite di quest’anno è sostanzialmente lo stesso di metà anni Novanta, così come la produttività totale dei fattori, la variabile economica che sintetizza quanto il paese è in grado di favorire l’efficiente combinazione di capitale e lavoro al fine di produrre reddito.

E questo è accaduto non perché la globalizzazione ci ha strappato al nostro giardino dorato (come credono i sovranisti-populisti), perché già da vent’anni stavamo nascondendo polvere sotto il tappeto. E non è accaduto neanche perché per colpa della “rivoluzione liberista” (come credono i socialdemocratici-movimentisti) semplicemente perché essa in Italia non solo non ha mai messo lontanamente piede, ma non ha mai neanche cercato di prenotare un weekend. È accaduto perché l’Italia non ha saputo disegnare le fasi successive del suo sviluppo, adattandosi man mano a un mondo che già con le crisi petrolifere degli anni Settanta era profondamente mutato, ma che con l’apertura dei mercati degli anni Novanta era diventato completamente un’altra cosa rispetto ai primi vent’anni del Dopoguerra, che è il periodo sul quale l’Italia aveva tarato tutto: il proprio sistema istituzionale, il proprio sistema fiscale, il proprio stato sociale, il proprio sistema formativo, il proprio sistema decisionale, il (non) funzionamento dei propri mercati, la pubblica amministrazione, il mercato del lavoro, le relazioni industriali. Tutto.

Lascia un commento