Marattin: “La vera svolta? Superare i bipopulisti”

il mio articolo per L’Altra Voce il Quotidiano Nazionale del 15 maggio 2026

La proposta di legge elettorale depositata alla Camera, nella sua formulazione attuale, prevede l’ulteriore irrigidimento del bipolarismo. Avere un premio di maggioranza, infatti, che scatta ad una soglia (40%) parecchio inferiore al livello di consenso attuale di entrambe le coalizioni (circa 45%) significa trasformare le elezioni in un turno di ballottaggio. Gli elettori saranno naturaliter portati a scegliere solo uno dei due poli, in quanto unica reale possibilità di evitare la vittoria dell’altro.

Oltre a trascurare le distorsioni e le inefficienze che trent’anni di forzato bipolarismo hanno prodotto sulla qualità della classe politica e dell’azione di governo (nonché sulla disaffezione degli elettori), questo atteggiamento presuppone che l’attuale postura politica delle due coalizioni – il Campo Largo da Rifondazione Comunista a Renzi e il centrodestra presumibilmente da Lupi a Vannacci – rappresenti esaustivamente le posizioni politiche degli italiani, sia per quanto concerne le proposte programmatiche che la postura di governo. Sia essa attualmente praticata o proiettata.

Ma è veramente così?

Per verificarlo, esaminiamo le informazioni più recenti su entrambi i fronti: le proposte programmatiche e la postura con la quale si intende governare un paese già di per sé complesso come il nostro ma con l’ulteriore handicap di essere la nazione meno cresciuta al mondo nell’ultimo quarto di secolo. E che neanche una massiccia iniezione di denaro pubblico (i 200 miliardi del Pnrr) hanno smosso da questo poco invidiabile primato.

Ieri la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein – possibile e forse probabile candidata premier del centrosinistra – ha illustrato al Corriere della Sera le tre priorità di governo sulle quali imposterà la campagna elettorale: salario minimo, accelerazione delle rinnovabili e maggiori assunzioni di medici e infermieri.

Esaminiamoli uno per uno.

La segretaria Pd spiega che il salario minimo serve perché “con questi stipendi e questa precarietà l’Italia non è al passo con l’Europa”.

Un’affermazione che vale tanto quanto “con il mio peso corporeo non sono al passo con i miei compagni di maratona; quindi, è assolutamente necessario che mi vesta di blu”.

Il salario minimo infatti è uno dei modi per risolvere il problema dei working poors (l’altro, previsto dalle direttive europee e adottato in sei paesi della UE tra cui no, è agire attraverso la contrattazione collettiva), e su cui si può ovviamente avere qualsiasi tipo opinione. Ma una sua eventuale introduzione non c’entra assolutamente nulla né con la riduzione del divario delle retribuzioni medie rispetto al resto della UE – determinato invece dal fatto che da 30 anni la produttività del lavoro italiana cresce ad un ritmo 5 volte inferiore alla media europea – né con la riduzione della precarietà, su cui anzi si potrebbe argomentare il contrario: se il salario minimo fosse fissato al livello previsto dalla proposta di legge del Campo Largo – i mitologici 9 euro all’ora, che rappresenterebbero il secondo salario minimo più alto del mondo in rapporto alla distribuzione dei salari – con molta probabilità causerebbero incremento del lavoro nero e della disoccupazione, l’esatto contrario di ciò che si vuole raggiungere. 

La seconda priorità della Schlein è l’accelerazione degli investimenti sulle rinnovabili, “per ridurre il costo dell’energia e la dipendenza dal gas”.  Ancora una volta, obiettivi più che condivisibili, ma strumenti totalmente sbagliati. E, se è consentito, pure molto poco credibili. Al momento infatti le prime tre regioni in maggiore ritardo per l’installazione di impianti per la produzione di energia rinnovabili sono tre regioni governate dal centrosinistra: Sardegna, Toscana e Puglia. Verrebbe quindi naturale chiedersi come mai il Campo Largo, se ritiene così importante accelerare sulle rinnovabili, non lo stia già facendo nelle regioni in cui già governa e in cui, data la competenz assegnata a quel livello di governo, lo potrebbe fare tranquillamente. Ma al di là di questi problemi di credibilità della promessa, perché lo strumento è sbagliato? Perché già ora, per molte ore al giorno, la produzione di energia elettrica tramite energie rinnovabili è parecchio superiore alla domanda, tanto che in quelle ore il prezzo scende a zero, e la remunerazione degli impianti è garantita solo da generosi sussidi pubblici, pagati tranquillamente in bolletta. Quello che manca è una fonte energetica baseline che abbia tre caratteristiche: costi di meno dell’importazione di gas , inquini meno del gas e ci renda meno dipendenti dall’estero del gas. E l’unica fonte che rispetta contemporaneamente tutti e tre questi criteri è il nucleare, una parola che per il Campo Largo equivale ad una bestemmia in chiesa. Il sacrosanto obiettivo della riduzione delle bollette si otterrebbe molto più facilmente favorendo gare e concorrenza nel settore (altre parole bandite, in questo caso sia da destra che da sinistra) e migliorando il metodo di regolamentazione del settore per impedire che in bolletta finiscano cose che non c’entrano assolutamente nulla ma che gonfiano impropriamente il conto per famiglie e imprese.

E la terza priorità della segretaria Pd è il vecchio amore della politica italiana: le assunzioni, in questo caso di medici e infermieri. Al fine di, secondo la Schlein, “ridurre davvero le liste di attesa”.

Se l’unica ricetta per migliorare la sanità italiana fosse buttarci sopra una caterva di soldi pubblici, allora non dovremmo avere problemi.  Dal 2000 ad oggi il Fondo Sanitario Nazionale è passato da 66 a 143 miliardi, per un aumento complessivo pari a circa il doppio dell’inflazione nel frattempo realizzata. Quello che non funziona in sanità, e che in ultima analisi determina i crescenti disservizi ai danni di una popolazione che comunque sta rapidamente invecchiando, è l’assoluta impossibilità di adottare politiche di efficientamento del servizio in un settore in cui la competenza della gestione non è dello Stato ma di venti regioni diverse. È pertanto impossibile non solo adottare politiche specifiche di riduzione delle liste d’attesa, come ha dimostrato il fallimento del relativo decreto adottato dal ministro Schillaci, (non perché fosse sbagliato ma perché le Regioni gli hanno fatto “marameo” in coro, brandendo la Costituzione più bella del mondo). Ma è impossibile anche accorpare le stazioni appaltanti, istituire centrali uniche di committenza, adottare metodologie innovative di determinazione di costi e fabbisogni standard, evitare la sovra-assunzione di personale amministrativo a svantaggio di quello medico e infermieristico, efficientare la rete Asl e ospedaliera. Ma niente di tutto ciò è considerato necessario dalla segretaria Pd, ivi compresa l’eliminazione della competenza regionale sulla gestione. Per lei, e per tutto il centrosinistra per come è diventato, ad ogni problema italiano ci sono solo tre soluzioni: più soldi, più soldi, e più soldi. Direttamente dalle tasche delle famiglie e delle imprese italiane, ovviamente. 

L’altra sponda del bipolarismo italico – il centrodestra – ha appena concluso tre anni e mezzo di governo, che l’hanno fatto diventare uno dei più longevi della storia repubblicana. Grazie a Dio non ha fatto praticamente nulla di quello che – la Lega ma non solo – avevano promesso in campagna elettorale. Anzi, a volte l’esatto contrario, dalle pensioni ai conti pubblici, passando per politica estera e energia. Ma risulta difficile intravedere anche solo l’ombra delle riforme liberali e strutturali di cui il paese avrebbe davvero bisogno: dalla scuola (in cui si firmano contratti che, con l’applauso sindacale, aumentano solo le risorse tabellari uguali per tutti, senza nessuno spazio per il merito) al fisco (su cui gli aggiustamenti marginali del vice-ministro Leo lasciano intatte tutte le distorsioni di uno dei sistemi più vecchi, pesanti e complessi del mondo), dall’università alla pubblica amministrazione (in cui il coraggioso tentativo del ministro Zangrillo sembra andare verso le secche), passando per concorrenza alla riduzione (e miglioramento) del ruolo dello Stato.

Assistiamo invece a litigi sempre più frequenti: tra il sottosegretario alla Salute e il suo ministro, tra il Ministro delle Imprese e il Ministro dell’Economia (e ne fanno le spese le politiche di competitività per le imprese italiane), tra il Ministro della Cultura e tutti quanti. E minacciosa all’orizzonte si staglia la sagoma del Generale Vannacci e del suo movimento di estrema destra, che rischia di diventare la quarta gamba della coalizione alle prossime elezioni politiche. 

Non una grande prospettiva, per chi coltiva il semplice desiderio di non avere né Fratoianni né Vannacci ministri del governo che dal 2027 in poi dovrà affrontare la cruciale missione di risollevare la crescita italiana – pena il rischio di una nuova crisi del debito – dopo che il Paese (sotto tre governi radicalmente diversi) ha sprecato 200 miliardi di Pnrr.

La buona notizia è che c’è ancora tempo. Non tantissimo, massimo un anno o poco più. Ma sappiamo dalla nostra storia che in un anno in Italia può cambiare tutto.

In questo caso, non ci rimane che sperarlo con tutte le nostre forze.