La mia intervista con Aldo Torchiaro del 26 marzo 2026 per il Riformista
Il leader del Partito Liberaldemocratico, Luigi Marattin, traccia un bilancio della campagna
referendaria appena conclusa.
Onorevole Marattin, gli studi sui flussi elettorali indicano il Partito Liberaldemocratico come l’unica forza fuori dal centrodestra ad aver contribuito pienamente al Si: come interpreta questo dato politico?
«lo rispondo per la nostra forza politica, non mi permetto di giudicare altri, anche chi su questa vicenda ha assunto comportamenti oggettivamente ridicoli. Il Partito Liberaldemocratico non fa politica con il tatticismo o per istinto di sopravvivenza: facciamo le battaglie in cui crediamo e che sono coerenti con la nostra idea di società liberale. La separazione delle carriere lo era e lo è, siamo fieri di aver fatto questa battaglia e la rifaremmo altre mille volte. Gli elettori hanno deciso diversamente e ci inchiniamo col sorriso alla loro volontà».
Tredici milioni di italiani hanno espresso un’esigenza di cambiamento del sistema giudiziario:
come intendete tradurre questo consenso in iniziativa politica concreta nei prossimi mesi?
«Chiediamo a tutti coloro che hanno votato Sì e non si riconoscono in uno dei due partiti del centrodestra di venire a darci una mano. Non solo continueremo a parlare di riforme liberali nella giustizia, ma anche in tutti gli altri settori: dal fisco alla concorrenza. dalla scuola alla sanità, dal digitale all’energia passando per pubblica amministrazione e riforme istituzionali, e tanto altro ancora. Abbiamo 22 gruppi tematici che lavorano a pieno ritmo con centinaia di persone, da Bolzano a Ragusa».
Dal risultato referendario emerge un segnale anche per il governo: quali correzioni di rotta dovrebbe adottare Giorgia Meloni sul terreno della giustizia?
«È evidente che sui temi bocciati dal referendum si è chiuso il sipario per anni, se non per decen-ni. Ci sara per molti anni qualcuno pronto a dire che “il popolo si è già espresso”. Detto ciò, e ribadito che secondo noi quella era una riforma indispensabile, ci sono anche altre cose da fare per migliorare la fornitura del bene pubblico giusti-zia: dall’organizzazione dei distretti giudiziari alla valutazione dei magistrati, passando per l’ottimizza-zione delle risorse e gli incentivi all’efficienza».
A Palazzo Chigi c’è, secondo lei, anche un problema di classe dirigente e di merito? Il governo ha valorizzato profili identitari come quelli di Colle Oppio: è il momento di aprire a competenze nuove e più ampie?
«Era il 2006 quando da 27enne consigliere comunale di Ferrara, tenni una relazione all’Assemblea Nazionale di di Libertà Eguale a Orvieto affermando che in Italia si era rotto il meccanismo di formazione, selezione e ricambio della classe politica. Lo penso ancora. I partiti, tutti i partiti, hanno sostituito i meccanismi della Prima Repubblica (che funzionavano) con la cooptazione del più fedele o con la sindrome dell’album di famiglia. Ma questa è una conseguenza, e non una causa, della rottura dei meccanismi di formazione e selezione.
Ecco perché tre settimane fa abbiamo inaugurato la Scuola di Formazione Politica: non un evento spot, ma 4 mesi di lezioni e esami, dalla filosofia al diritto, passando per storia, economia, intelligenza artificiale e gare di dibattito pubblico».
Forza Italia ha mostrato limiti evidenti nella lettura del voto: si apre uno spazio politico al centro per una proposta autenticamente garantista e liberale?
«Dipenderà, purtroppo, solo dalla legge elettorale. Se la maggioranza avesse il coraggio di eliminare il premio di maggioranza, la pra teria che oggi al centro comunque c’è diventerebbe l’Oceano Pacifico.
Purtroppo, perlomeno fino a pri ma del referendum, c’era ancora la convinzione che le forze politiche debbano essere prigioniere di un bipolarismo rissoso che oramai fa solo danni».
In vista delle prossime elezioni, è realistico immaginare una forza liberaldemocratica autonoma, fuori dai due poli, oppure il sistema politico resta inevitabilmente bipolare? E se foste costretti a scegliere, an dreste con il centrodestra o il centrosinistra?
«Vedo che anche voi, quando fate l’elenco dei partiti di “centro” o comunque liberali, includete sempre Italia Viva e Più Europa. lo ne sarei contentissimo, e in più occasioni ho rivolto appelli pubblici e privati ad abbandonare il centro sociale del Campo Largo e costruire con noi un’offerta politica liberale, ampia e contendibile. Ma quelle due forze politiche ripetono tutti i giorni di essere le più convinti sostenitrici del Campo Largo.
Al centro rimaniamo noi ed Azione, e nelle prossime settimane anche noi, come Gratteri, “tireremo la nostra rete” con serenità e amicizia per capire se si tratta di una possibilità concreta oppure no. Per noi rimane la prima scelta».
Nel campo largo si discute di primarie e di leadership: Giuseppe Conte può scalzare Schlein e assumere la guida della coalizione. Rappresenterebbe un chiarimento utile degli equilibri tra le opposizioni?
«Non sono affari che ci riguardano. Neanche alla lontana. Faccio solo notare una cosa che nessuno ha sottolineato finora. Anche nel 2011 ci fu un referendum – quello sulla cosiddetta “acqua pubblica” – vinto anche quello a suon di balle, che fu interpretato come l’antipasto della sicura grande vittoria del centrosinistra. E anche li si votò dopo poco più di un anno, per giunta contro un centrodestra a pezzi. E ci ricordiamo come andò a finire: con la celebre “non vittoria” di Pierluigi Bersani.
Perché il centrosinistra dà sempre il meglio di sé quando bisogna dire di no. I loro problemi cominciano quando devono dire dei sì, cioè passare alla proposta concreta di governo. In quel caso finisce come tutte le volte che in Parlamento si parla, per fare un esempio, di politica estera: sono cinque partiti, e presentano regolarmente cinque risoluzioni diverse».