I referendum tirano fuori il meglio (dal popolo e dalla politica) quando sono su grandi tematiche etiche.
Cioè tematiche su cui la classe politica è spesso divisa trasversalmente rispetto agli schieramenti, e su cui le ragioni individuali di coscienza fanno premio anche rispetto all’appartenenza politica. Come è giusto che sia.
Pensiamo al successo che ebbero negli Anni 70 i referendum su divorzio e aborto.
E pensiamo a quanto possano essere decisive oggi consultazioni popolari su temi come eutanasia, matrimonio egualitario, gestazione per altri, ma anche legalizzazione delle droghe leggere. E altro ancora.
I referendum tirano invece fuori il peggio (dal popolo e dalla politica) quando la politica chiama gli italiani a risolvere problemi che essa stessa non è riuscita a risolvere, ma che invece avrebbe dovuto risolvere.
Materie spesso tecniche, con quesiti iper-tecnici. Su cui la stragrande maggioranza dell’elettorato non conosce assolutamente nulla, e su cui solo una piccolissima minoranza è disposta a spendere energie e tempo per informarsi a dovere.
Ne deriva che TUTTI questi referendum finiscono in caciara: le forze politiche – ben consapevoli che informare chi non vuole essere informato costa il doppio della fatica – sono incentivate a politicizzare il messaggio (“votate SI / No per cacciare il politico X o per ‘dare un segnale al governo Y’) o a riempire il dibattito di colossali balle per poter così sedimentare nell’elettorato un messaggio semplice. Che costa molta meno fatica diffondere.
In cosa tutto ciò assomigli anche solo lontanamente ad una vera e consapevole democrazia (e per giunta “diretta”) rimane ai miei piccoli occhi mortali un imperscrutabile mistero.