Il mio editoriale per il Riformista del 11 marzo 2026
L’aver ridotto l’attività politica ad una via di mezzo tra una sfida tra spot pubblicitari e una tra curve ultrà ha prodotto come conseguenza che ogni atto politico deve essere giudicato, e senza appello,nell’arco di pochi giorni. Una nuova misura di sostegno al reddito viene annunciata in giugno? A luglio i consumi devono volare, altrimenti non è servita a nulla. Una nuova legge delega sulle politiche familiari deve produrre subito un boom delle nascite. I meccanismi, a volte molto complessi, di trasmissione delle politiche economiche, il lento modificarsi delle aspettative degli agenti, il completamento della filiera normativa e amministrativa, persino i necessari tempi di misurazione dei dati. Sparisce tutto, a fronte della peggiore legge del populismo: vogliamo tutto, e subito.
Questa postura è poi addirittura farsesca in caso di dinamiche geopolitiche.
A 11 giorni dall’inizio delle operazioni militari, già da qualche giorno si pretende di veder trasformato l’Iran nella Svizzera del Medio Oriente, pena il fallimento dell’intera operazione. E ad ogni politico, il tribunale del web impone di dichiararsi: da che parte stai?
Ma io “a questo gioco al massacro non ci sto” (cit).
Non ho idea se l’intervento militare sia stato giusto o sbagliato, e se dovesse avvenire ora o tra qualche mese. Non ho infatti accesso, come non ce l’ha nessuno in Italia, alle informazioni di intelligence che sono state fornite a chi ha deciso l’attacco.
Così come non ho accesso alle informazioni su quanta parte dell’arsenale iraniano sia stato distrutto, quante risorse di intelligence israeliani e americani abbiano in Iran e nei piani alti del regime, se ci siano – e in cosa consistano – i piani con la resistenza iraniana e le milizie curde nel nord-ovest del paese. La mia risposta alla domanda “come pensi stia andando la guerra?”, quindi, non può avere che una risposta: “non ho, né posso avere, la più pallida idea”.
E per chi non ha accesso in tempo reale a queste informazioni, valutare con cognizione di causa shock di questa portata servono anni, non mesi. Quelli che ci sono voluti per giudicare come disastri gli interventi in Vietnam, in Libia, o in Afghanistan. O per capire che alla fine, nonostante la vergognosa bugia che fu alla base di quell’intervento, in Iraq oggi si vive meno peggio di quanto si vivesse sotto la tirannia di Saddam Hussein: questo non basta, perlomeno ai miei occhi, a giustificare quell’intervento, in quanto questi benefici vanno necessariamente confrontati con gli ingentissimi costi economici, reputazionali e politici che quella guerra comportò.
La verità è triste ma ineluttabile: per capire se l’intervento armato in Iran è stato un bene o un male per il Medio Oriente e per il mondo, bisogna necessariamente attendere lo svolgersi degli eventi.
Questo vuol dire condannarsi al relativismo e allo scetticismo perenne? Niente affatto. C’è chi è convinto che, per quanto brutale sia un regime e per quanto forte si alzi il grido di libertà dall’interno del paese, occorra sempre seguire la massima del senatore Razzi e farsi li cazzi sua. Troppo alti e certi i costi, troppo incerti i benefici. Io rispetto questa posizione, ma ringrazio che non sia stata adottata da Churchill e Roosevelt 85 anni fa, altrimenti oggi mi chiamerei Ludwig e vestirei di nero. Ma ne sostengo un’altra: il regime iraniano non solo è responsabile dell’attività di repressione più brutale ed estesa che esista oggi nel mondo, con l’uccisione di centinaia di migliaia di suoi cittadini che hanno il solo torto di chiedere, in grande maggioranza, libertà e democrazia. Ma l’Iran è anche la principale fonte di terrore, guerra e incertezza nel Medio Oriente. E quindi per il mondo intero. I benefici, per questa e le prossime generazioni, di rimuovere un cancro del genere sono potenzialmente infiniti. Così come possono purtroppo essere i costi, da valutare tuttavia man mano che gli eventi – tutti fuori il nostro controllo – si dipanano, senza l’ansia di emettere giudizi istantanei che rischiano poi di essere travolti dai tempi della Storia.
Infine, c’è invece una posizione che faccio dmolta fatica a comprendere. Quella di chi si dichiara senza se e senza ma a favore dell’abbattimento del regime iraniano. Ma non tramite lo strumento militare. C’è solo da chiedere a costoro se preferiscano chiedere – con la dovuta gentilezza – al regime di andarsene, o se preferiscano una petizione su Change. Sperando che gli Ayatollah, tra un’impiccagione di un ragazzo e la tortura di una giovane, abbiano la connessione web adatta per poterla leggere.