Dopo il “ti pago per non lavorare” (il reddito di cittadinanza a matrice grillina), ieri il centrosinistra ha introdotto nella discussione parlamentare un altro grande classico della demagogia:
“ti pago la stessa cifra ma per lavorare di meno”.
E cioè la mitica “riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”, cavallo di battaglia di Rifondazione Comunista 30 anni fa, e sempre contrastato dalla sinistra di governo, fin dai DS di D’Alema negli Anni 90.
Il loro ragionamento è: visto che siamo in tempi di forte innovazione tecnologica, deve accadere quello che è sempre accaduto in occasioni simili: la maggiore produttività deve tradursi in minore lavoro ma con salari uguali o più alti.
Il ragionamento non fa una piega.
Se, ovviamente, l’aumento di produttività si fosse effettivamente realizzato.
Purtroppo non solo non è così.
Ma è molto peggio di così.
Ieri in aula ho citato i dati Istat, da tutti verificabili: negli ultimi 30 anni la produttività del lavoro italiana è cresciuta ad una media annua dello 0,3%, contro l’1,5% della media europea.
Cinque volte in meno, e comunque ad una velocità non distinguibile dallo zero.
È allora evidente anche ad un bambino che se in un paese in cui la produttività del lavoro non cresce riduci l’orario di lavoro a parità di salario stai solo creando decrescita e disoccupazione.
“Avremmo più tempo libero”, dicevano ieri i colleghi del Campo Largo.
Si, ma senza sapere cosa farci, visto che non avremmo neanche più soldi.
Il Partito Liberaldemocratico propone invece un grande Patto sulla Produttività tra le forze politiche, sindacali e imprenditrici.
Ecco alcuni punti:
1) riforma del sistema di contrattazione collettiva – che è vecchio di 33 anni – dando molto più spazio alla contrattazione decentrata.
2) detassazione completa e strutturale dei premi di produttività e degli aumenti retributivi decisi dalla contrattazione decentrata.
3) spostare l’incentivo attualmente previsto (ma non attivo) per chi riporta l’azienda in Italia ( = dimezzamento tasse per 6 anni) alle microimprese che si fondono.
4) togliere – come fece il Jobs Act – tutte le barriere esplicite o implicite alla crescita dimensionale delle piccole imprese.
5) massiccia detassazione del ceto medio (l’unico tartassato dalle tasse) finanziata riducendo di 3 punti in 5 anni il rapporto tra spesa pubblica e Pil.