A noi del PLD – a differenza di altri – dei palestinesi importa veramente

Sono in tanti a volere che, tra qualche settimana, scoppi nuovamente un conflitto tra Israele e Hamas; perché per alcune forze politiche rappresenta una imperdibile occasione di diffusione di un messaggio di protesta e antagonismo, anche fuori dal proprio elettorato tradizionale.

E un nuovo conflitto – in assenza di novità – è quasi certo: Hamas si rifiuta di disarmare (come sarebbe previsto dal Piano di Pace) e Israele non tollererà che la minaccia rappresentata da quei macellai terroristi rimanga in piedi. Troppo grande, per la società israeliana (anche per gli oppositori più feroci dí Nethanyau) è stato il trauma del 7 ottobre.

Noi del Partito Liberaldemocratico invece no, non vogliamo che scoppi un’altra guerra.

Perché a noi – a differenza di altri – dei palestinesi importa veramente.

E non vogliamo che ne muoiano altri, non vogliamo che siano ancora oppressi dal terrore di Hamas, non vogliamo che il loro dolore venga ancora strumentalizzato da un circo mediatico di bufale, e vogliamo che si creino finalmente le condizioni per dar loro uno Stato che non sia un regno del terrore e dell’oppressione.

E c’è una sola possibilità affinché questo accada: proseguire nel Piano di Pace “timbrato” dall’Onu e dalla comunità internazionale.

Dare maggiore operatività, legittimità e forza al lavoro che già da 3 mesi stanno facendo a Gaza 28 paesi: stanno rimuovendo le macerie, distruggendo i tunnel di morte, sminando terreni, gestendo gli aiuti umanitari, costruendo nuove case per i palestinesi, e tanto altro di cui in Italia non conviene parlare: perché “sporca” la narrazione che tanto ha beneficiato certa politica e certa informazione.

Ma tanto occorre ancora fare: serve formare la Forza di Stabilizzazione Internazionale (l’unica che può evitare una nuova guerra), dare operatività al comitato – composto interamente da palestinesi – che gestirà l’amministrazione quotidiana di Gaza, assicurarsi che Hamas perda ogni forma di supporto (armi, denaro, controllo sull’amministrazione, ecc) e molto altro ancora per far sì che Gaza possa essere un’opportunità e non un inferno per i due milioni di palestinesi che ci vivono.

E tutto questo non sarà possibile senza completare la governance dell’intervento della comunità internazionale a Gaza.

E ad oggi NESSUNO ha fornito un’alternativa al piano approvato dall’Onu, che prevede un ruolo di questo benedetto Board of Peace.

Uno strumento che sarebbe deleterio qualora gli venisse data operatività al di fuori della vicenda-Gaza.

Ma qui, poiché la politica estera non è fatta solo da ideali romantici ma da soluzioni che sul campo risolvano i problemi, è l’unico modo per provare a evitare una nuova guerra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *